mercoledì 7 gennaio 2026

Se ci fosse un po' di chiarezza almeno nella cosiddetta "controinformazione"

 Non sarebbe una cattiva idea e non farebbe male, anzi bene. Perché c'è troppa carne al fuoco. Il solito Trump e l'Ucraina, poi Israele e la Palestina, mentre non ci dobbiamo dimenticare le altre zone calde, come Taiwan o l'Iran, e se restiamo a casa nostra che dire dei migranti? Ma siamo ormai preda di chi , attraverso le notizie, spesso false , ci obbliga a distogliere l'attenzione da ciò di cui dovremo occuparci, che realmente ci tocca e coinvolge: i fatti nostri! Per non dirlo con una parolaccia, che sarebbe più chiaro e più facile da pronunciare e capire. Abbiamo strade rovinate e certamente non sicure, ma è meglio mandare aiuti a Kiev o in un altra parte lontana del mondo se c'è un cataclisma o un'alluvione. Ci dobbiamo mettere in mezzo, nel senso di confermare affermazioni di gentaglia dell'Ue , manco eletta ma che ci costringe a sborsare soldi e risorse varie, mentre per le nostre aziende e per creare posti di lavoro, non troviamo mai niente. Perché? Perché appunto abbiamo eletto delle persone false e ipocrite, che hanno millantato credito convincendoci che ci sarebbero stati, in cima ai pensieri del governo, prima gli italiani: prima nelle visite mediche, e non i migranti appena sbarcati; prima le case per gli italiani, e non invece a chi , migrante , viene qui con dieci figli o attua un ricongiungimento familiare; prima le pensioni, da aumentare e adeguare per renderle dignitose, e per gli italiani, e non da inviare all'estero a gente che, non si sa nemmeno se sia viva, però risulta in chissà quale database dell'Inps . E l'elenco potrebbe continuare all'infinito. Ora se per caso un qualsiasi sito o blog di controinformazione, avesse voglia, magari chiedendo aiuto e lumi anche ai propri utenti o lettori o iscritti, di realizzare una sorta di elenco di cose da fare , invece  di proporre e riproporre sempre e solo notizie , di solito tristi e che demoralizzano, e riportasse cose concrete da fare, sul come farle, e invitasse chi legge a diffondere il tutto, attraverso mail, fax, social o altri sistemi, ecco non sarebbe , a mio avviso, una cosa negativa e inutile. Ci sono state le proposte, ai tempi di Monti, da parte del prof. Gustavo Piga e altri docenti universitari , un centinaio e passa se non ricordo male, come pure altre idee venute in mente a Maurizio Blondet, oltreché al sottoscritto (che conta meno di niente): ebbene, non le hanno neppure esaminate, pur avendo il prof. Piga una certa autorevolezza. Forse  allora era mancata una forte comunicazione e diffusione delle idee proposte.  

lunedì 5 gennaio 2026

Rassegnazione ?

 Quanto avvenuto a Caracas , come pure quanto era successo e succede in Israele o meglio in Palestina, comunica senza dubbio che "non c'è più niente di buono da aspettarsi". Un pinco pallino qualunque, forse nemmeno simpatico o accattivante, decide che per interessi economici e politici , è un bene che la Palestina possa essere distrutta per poi essere ricostruita come va bene al governo israeliano ; non dimentichiamo i presunti giacimenti di gas di fronte alle coste palestinesi. Per il caso venezuelano, per certi versi è più facile capire il perché del rapimento di Maduro e di sua moglie: è il paese con i più ricchi giacimenti di petrolio, oltre a possedere immense ricchezze quali oro e metalli preziosi, compreso ciò che serve adesso per i pc e l'informatica e il digitale. Ma , appunto, c'è chi come Trump e altri suoi sgherri, pensa che se una cosa gli serve se la prende con la forza, la forza delle armi ma anche delle accuse , spesso false e non provate, verso chi viene dipinto come nemico, avversario. Oggi noi qui in Italia, non siamo per niente padroni del e nel nostro territorio: ogni cosa ci viene concessa e permessa solo se ubbidiamo a ordini che arrivano da Bruxelles o da Washington . Possiamo e dobbiamo fare solo quello che ci viene detto di fare: chi ha provato a fare gli interessi della nazione Italia, è stato fatto fuori, e qualcuno anche fisicamente. Ora lo spirito di chi ha creduto alle parole del vice di Trump, cioè Vance, o di un Elon Musk , e mi riferisco a quando dicevano, in sostanza, che nell'Ue non c'è libertà di parola e di espressione, ecco che quello spirito è debilitato, depresso. Così come quando abbiamo visto , anche recentemente, persone marginalizzate dal potere, illegittimo ma ben presente, di un'unione europea, che cancella i risultati elettorali, che prende impegni pur senza possederne il titolo. A ciò si aggiunge che , appunto, chi si oppone viene di fatto escluso: se ti viene impedito di candidarti, di essere eletto, di fare opposizione, in poche parole non puoi agire o reagire, che cosa ti rimane ancora da poter fare? Molti si rassegnano e pensano alle vacanze, a cosa mangeranno nel week end o nelle feste. Alla fine Trump e i suoi amici dell'ue , hanno vinto. 

giovedì 18 dicembre 2025

Pochi o nessuno hanno voglia di reagire

 Pensate solo a quando eravate giovani o più giovani: potevate sopportare certe cose? Le ingiustizie per esempio? Uno sfottò di troppo o anche un coglione che passa col rosso o che ,avendo parcheggiato a cazzo di cane, impedisce l'uso del marciapiede? Penso proprio di no. Allora , perché oggi, che un decreto sicurezza ci impedisce di fatto di poter manifestare liberamente, un sistema di informazione che non ci consente di sapere come stanno e vanno le cose, accettiamo tutto questo senza reagire, senza far niente? E' anche vero, come ho già ricordato, che un conto è poter parlare e ben altra cosa è essere ascoltati, così come è vero che una manifestazione, se pure autorizzata, può essere relegata e confinata così da essere silenziata e ignorata: un po' come i programmi trasmessi alle 4 del mattino, ossia fatti e trasmessi per non essere visti. Ecco che i finti oppositori e i falsi contro informatori, hanno gioco facile : fanno in modo che si parli ma che non si ottenga niente. Le cose sembra che possano cambiare ma non cambiano. Oltretutto si fa in modo di indirizzare l'attenzione verso temi che, a conti fatti, interessano ben poco chi ha un lavoro del tubo, chi non ha nemmeno quello, chi vive situazioni di estremo disagio. Gli anestetici, ovvero sia il calcio e altri sport o qualche finto evento, per fortuna sembrano avere poco effetto: ciò che adesso manca è qualcuno che abbia i coglioni quadrati e sappia mostrare le cose come stanno per davvero. Non parlo di un messia, di un duce, di un comico , ma di qualcuno che sappia di cosa parla e di che cosa vuole parlare: dovrebbe anche aver l'umiltà di conoscere i propri limiti, e invitare chi è competente in materia a esporre problemi e indicare soluzioni. Detto così può sembrare la solita solfa, ma i mostrare le priorità, indicare tempi e modi per affrontarle , penso sia la cosa migliore da fare . Ma se uno pensa soltanto a distrarsi, certo non gliene faccio una colpa, ma inviterei costui a pensare se ha voglia di reagire al modus operandi di questi figli di puttana. Attenti ai falsi guru, ai falsi profeti: sono quelli che limano, che cercano di non dire, che vi invitano a prendervi la vostra responsabilità quando commentate e , soprattutto, notate bene che non entreranno mai nel merito delle questioni e faccende: anche perché sono solo dei pappagalli che leggono le veline, che possono parlare e scrivere solo di quello che gli viene indicato e imposto. Oltretutto sono una manica di ignoranti, forse gente che non ha mai lavorato e non ha mai combinato una cazzo nella vita, gente che ambiva al posto fisso nello stato ma per non lavorare: volete che sappiano qualcosa? Sanno solo quello che gli conviene: cioè ammansire, anestetizzare, ogni tipo di reazione. Che non vuol dire rompere le sedie in testa a chi pure se lo meriterebbe: ma vuol dire organizzare qualcosa di efficace per cambiare, in meglio, le cose. Facile a dirsi difficile a farsi: certo, ed è per questo che servono persone con idee, con proposte e soluzioni, e non certo blog o siti che vogliono solo diffondere notizie che allarmano e che fanno incazzare, senza mai farle seguire da proposte e cose da poter fare per migliorare la situazione. 

DRONI: – BASTA LA PAROLA di Antonio Evangelista

 Forse ce ne siamo dimenticati, così meglio ricordare e, se fa, agire o reagire. Ecco un articolo comparso sul sito occhi sul mondo.

Il particolare che racconta il tutto. 

C’è una parola che oggi basta da sola a spiegare tutto. È piccola, tecnologica, apparentemente neutra. Drone. Una sillaba che diventa minaccia, una sagoma indistinta che si allarga fino a coprire un intero continente.

L’Europa, ci viene detto, è sotto attacco. Non da eserciti, non da carri armati, ma da qualcosa di più subdolo: droni russi. Il particolare diventa il tutto. Il singolo avvistamento si trasforma in strategia globale. La parola precede i fatti.

1. Il drone: un oggetto minimo per una paura totale

Negli ultimi mesi l’Europa è stata immersa in un clima di allarme continuo. Dichiarazioni, titoli, conferenze descrivono un continente assediato da presunti droni russi. L’ammiraglio Cavo Dragone arriva a sostenere che «un attacco preventivo ibrido contro la Russia potrebbe essere considerato un’azione difensiva». Una frase che, da sola, riassume il meccanismo: la difesa che precede l’attacco, la paura che precede la prova.

Ma cosa resta, se si stringe l’inquadratura?

Lo storico Tarik Cyril Amar parla di guerra cognitiva rivolta non contro un nemico esterno, ma verso gli stessi cittadini europei. E infatti, quando si guarda da vicino, il grande assedio si scompone in dettagli banali:

​•​Il presunto cyberattacco GPS all’aereo di Ursula von der Leyen non è mai avvenuto. 

​•​Le incursioni nello spazio aereo estone derivano da un accordo del 1994 che riduce lo spazio nazionale a tre miglia. 

​•​L’inchiesta del quotidiano olandese Trouw mostra che in almeno quattordici casi non si trattava affatto di droni: in Belgio erano piccoli aerei o elicotteri, in Danimarca e nel Limburgo stelle, in Norvegia una nave. 

Il quadro generale nasce così: un continente spaventato da oggetti che non esistono, ma che funzionano perfettamente come simboli. Come nel vecchio slogan pubblicitario: basta la parola.

2. La guerra ibrida: un nome che copre una direzione precisa

La NATO definisce la guerra ibrida come un intreccio di strumenti militari, economici, informativi ed energetici. Una definizione ampia, elastica, che permette a qualsiasi pressione di rientrare nella categoria.

Ma anche qui il particolare chiarisce il tutto.

Nel 2014 Victoria Nuland liquida l’Unione Europea con una frase rimasta celebre: «You know, fuck EU». Una battuta che diventa chiave di lettura. Da quel momento, il processo si fa visibile:

​•​il sabotaggio di infrastrutture europee come Nord Stream; 

​•​l’oscuramento selettivo dell’informazione; 

​•​i dazi e le pressioni commerciali statunitensi; 

​•​l’imposizione di forniture energetiche più costose. 

Questa è la guerra ibrida reale: non quella subita dall’Europa, ma quella esercitata su di essa. Un conflitto che non bombarda città, ma orienta paure, consensi, decisioni politiche.

 

3. La finanza: il motore invisibile dietro il rumore delle armi

Per capire chi beneficia di questa tensione permanente basta un salto indietro nel tempo. Un altro particolare, un’altra epoca, lo stesso meccanismo.

Durante la Seconda Guerra Mondiale:

​•​la disoccupazione negli Stati Uniti crollò da otto milioni a 670.000; 

​•​le grandi corporation triplicarono profitti e contratti; 

​•​IBM passò da 46 a 140 milioni di dollari annui; 

​•​le banche si arricchirono finanziando lo sforzo bellico. 

Jacques R. Pauwels lo sintetizza così: «L’incubo degli anni Trenta terminò grazie alla guerra combattuta dall’altro lato dell’oceano».

I nomi sono dettagli, ma raccontano il sistema:

​•​Prescott Bush e Fritz Thyssen; 

​•​Standard Oil e l’aviazione del Reich; 

​•​DuPont e IG Farben; 

​•​Ford e i camion della Wehrmacht; 

​•​IBM e le macchine Hollerith. 

La regola non scritta resta immutata: se un dittatore compra, il capitalismo vende. Come ho scritto in Mediterraneo, stesso sangue stesso fango, una guerra per procura contro la Russia può diventare, di fatto, una guerra contro l’Europa.

4. Tre episodi, un’unica narrazione

Nord Stream. Bucha. Il tentativo di corruzione di un pilota russo. Tre episodi distinti che funzionano come sineddoche narrative: il caso singolo che giustifica l’intera politica.

​•​Nord Stream: sabotaggio annunciato, attribuito senza prove a Mosca, oggi collegato a militari ucraini. 

• Bucha: corpi rimasti sulla via Yablonska per settimane senza decomporsi, senza insetti, animali, senza tracce biologiche, in contrasto con ciò che Robert Fisk descrisse a Sabra e Chatila nel 1982, quando «furono le mosche a farcelo capire» dopo appena ventiquattro ore.

​•​Il pilota russo: il tentativo di spingerlo a bombardare la Moldavia per creare un pretesto NATOUE. 

Tre dettagli che diventano una sola frase: la Russia è il male, l’Europa deve armarsi.

Una frase utile a molti: finanza globale, industria bellica, colossi energetici, think tank, piattaforme digitali, apparati politici. Non ai cittadini. Non alla diplomazia.

Conclusione: la parola che sostituisce la realtà

Il drone non è il problema. È il simbolo.

La guerra non è mai inevitabile: è sempre il progetto di qualcuno. E oggi il particolare — un avvistamento, una foto, una parola — viene usato per raccontare un tutto che conviene a pochi.

L’Europa non è sotto attacco dei droni russi. È sotto attacco di una narrazione che usa la paura come arma, la guerra ibrida come metodo, e la finanza come regia.

Perché, ieri come oggi, la guerra è un mercato. E chi lo governa non indossa uniformi, ma cravatte.

 

Antonio Evangelista

mercoledì 17 dicembre 2025

Una manica di deficienti

 Quando si viene a sapere che giornalisti o avvocati, come è avvenuto e avviene in Germania con  Reiner Fuellmich per esempio, vengono sanzionati o , come nel caso dell'avvocato Van Kessel in Olanda, non si può restare indifferenti e occorrerebbe agire. Cioè non basta riportare , ahimè , solo il fatto , la notizia: ma sarebbe più opportuno suggerire se e cosa fare. Mi dispiace se alcuni guru della controinformazione affermano che, di fatto, non c'è niente da fare con lo strapotere di multinazionali, di governi autoritari o eterodiretti. Che cosa vuol dire? Che ce ne dobbiamo stare zitti e buoni e aspettare che ci sopprimano, con pseudo vaccini, o ci lascino rinchiusi non nelle città da 15 minuti ma nelle periferie da 15 minuti? Ecco che con un governo, questa volta il nostro, che con il decreto sicurezza ci impedisce anche le manifestazioni pacifiche, che fra poco ci impedirà il volantinaggio, e già ci impedisce di dissentire dalle notizie ufficiali propagandate dai media compiacenti, che cosa possiamo mai fare? Non ne ho idea, ma proprio per questo l'invito è sempre valido: chi ha qualche idea in tal senso, la trasferisca , la comunichi, la diffonda e si confronti.

venerdì 7 novembre 2025

“Renzi d’Arabia”: cosa ci faceva in Egitto invece della Meloni?

 Di Agata Iacono, lantidiplomatico.it

Una notizia che non ha suscitato domande né scalpore mediatico: che ci facevano Matteo Renzi e la moglie Agnese in Egitto, in veste ufficiale e nelle foto di rappresentanza, accanto ai reali e ai capi di Stato?

Per la megagalattica, faraonica (è il caso di sottolinearlo) inaugurazione del Grand Egyptian Museum, il primo novembre al Cairo, era stata ufficialmente annunciata la partecipazione del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in rappresentanza ufficiale dell’Italia.

Alla solenne inaugurazione hanno partecipato, fra gli altri, il Premier greco Mitsotakis, quello bulgaro, il re del Belgio, il presidente tedesco Steinmeyer, la figlia dell’Imperatore giapponese, il presidente del Congo, quello eritreo, il palestinese Abu Mazen, il Granduca del Lussemburgo, il re di Spagna, tutti i leader del Golfo, per un totale di circa 79 delegazioni straniere. Erano presenti tutti gli Emiri Arabi.

Renzi con il presidente egiziano Al-Sisi

 

E Giorgia Meloni?

Il 29 ottobre apprendiamo, sempre in sordina e con omertà, da un trafiletto del Sole 24 ORE, che “La missione in Egitto della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, prevista per sabato 1 novembre, non figura più nell’agenda ufficiale poiché è stata annullata. La Premier avrebbe dovuto partecipare all’inaugurazione ufficiale del Grand Egyptian Museum (Gem) a Giza, nei pressi del Cairo“.

Al suo posto manda, sempre in silenzio e senza risalto, il ministro Giuli, come se l’evento fosse stato improvvisamente declassato da occasione internazionale di relazioni e accordi (proprio dove si svolgono le “trattative” sul futuro del Medio Oriente) a mera tematica museale.

Nelle photo opportunity, insieme ai re, agli emiri, ai principi e ai capi di Stato, accanto ad Al-Sisi, c’è infatti Renzi.

Perché la Meloni ha annullato? Eppure sul caso Regeni l’Italia ha dato forfait. Forse per la presenza di Matteo Renzi?

Il 26 giugno 2025 Matteo Renzi è stato nominato consulente strategico presso il Tony Blair Institute for Global Change (Tbi), l’organizzazione non-profit fondata dall’ex Premier britannico “con l’obiettivo di sostenere i leader politici e i governi di tutto il mondo nella costruzione di società aperte, inclusive e prospere in un contesto globalizzato“.

E Blair farà parte del cosiddetto “Consiglio di pace” di Trump, unico altro membro citato pubblicamente fino a questo momento. La scelta è ricaduta sull’ex Premier laburista, al potere tra il 1997 e il 2007, perché da oltre un anno lavora a proposte per la gestione di Gaza attraverso il suo Tony Blair Institute for Global Change, in coordinamento con Jared Kushner, genero di Trump ed ex consigliere per il Medio Oriente.

Soprannominato “Renzi d’Arabia”, durante il suo mandato parlamentare suscitò polemiche per essere stato assiduo relatore in eventi e come membro del consiglio esecutivo di organizzazioni legate alla Future Investment Initiative, in Arabia Saudita, con un compenso di circa 80.000 dollari all’anno per “attività di consulenza”. Renzi ha anche partecipato a eventi come il Future Investment Initiative a Riyadh, dove è stato membro del comitato esecutivo.

Se dovessimo unire i puntini, potremmo addirittura dedurre che la vera posta in gioco non siano le mummie e le faraoniche sale museali d’Egitto.

A pensar male…

Di Agata Iacono, lantidiplomatico.it

05.11.2025

Agata Iacono. Sociologa e antropologa.

Fonte: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-renzi_darabia_cosa_ci_faceva_in_egitto_invece_della_meloni/

I soliti idioti censurano

 “Approvo la scelta del Teatro Filarmonico di Verona, che ha annullato l’esibizione di Ildar Abdrazakov. Non si tratta principalmente d’una questione di sicurezza, pur importantissima: le arti e più in generale la cultura russa, al pari delle altre, sono sempre benvenute in Italia quando rappresentano un veicolo di dialogo e pacificazione fra i popoli. Non così, invece, quando diventano lo strumento di propaganda al servizio di un potere dispotico che non può e non deve avere diritto di cittadinanza nel mondo libero”.

Così il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli In una nota, la Fondazione Arena di Verona aveva annunciato: “Ildar Abdrazakov non prenderà parte all’opera Don Giovanni, in programma al Teatro Filarmonico di Verona dal 18 al 25 gennaio 2026”. La decisione dopo le proteste contro il baritono russo, giudicato vicino alle posizioni di Putin. (askanews)