giovedì 7 marzo 2019

Il populismo nell’Europa dei magistrati


L’altro giorno uscivo da un tribunale e mi imbatto in un manifesto di Magistratura democratica sul XXII Congresso dell’associazione dei giudici cosiddetti di sinistra. Al centro campeggiava una vignetta raffigurante un magistrato dallo sguardo da buon samaritano nell'atto di coprire con la propria toga un povero migrante appena sbarcato. Ho strabuzzato gli occhi, ho cercato di connettere quella patetica vignetta – pregna di un puerile, autoreferenziale compiacimento da sacrestia – con il titolo (“Il giudice nell’Europa dei populismi”), e alla fine mi sono arreso. Il titolo voleva proprio dire ciò che temevo. Per un attimo mi ero illuso che qualche illuminata, e togata, coscienza avesse colto la sorprendente affinità tra la radice della parola “populismo” e la radice dell’aggettivo “democratica”. Entrambi (popolo e “demos”) significano la stessa cosa. Ed entrambe le categorie (il popolo italiano e i magistrati italiani) sono vittime di un’impalcatura giuridico-istituzionale – quell’Europa di cui parla il titolo del manifesto – dove di democratico non c’è, non dico il nome, ma neppure il Parlamento (l’unico nella storia delle istituzioni politiche universali ad essere privato della potestà di iniziativa legislativa); figuriamoci la Commissione (un governo di autocrati, non eletti, monopolisti assoluti dell’iniziativa legislativa di cui sopra).
 
Vogliamo parlare dei trattati europei? Grondano letteralmente norme anticostituzionali, patenti violazioni di decine di articoli della nostra “Magna Charta”. I magistrati, titolari della giurisdizione, avrebbero il potere di sollevare in qualsiasi momento le relative eccezioni e di portare il caso davanti al Giudice delle Leggi. Ma alla Corte Costituzionale è stato risparmiato il disturbo; lorsignori non hanno colto anomalie di rilievo: tutto bene, madama la marchesa. In compenso, con la vignetta del loro congresso rivendicano il loro esser giudici “di sinistra” perché, come San Martino, donano il manto al povero. Non si avvedono, all’evidenza, che i migranti sono l’ultimo anello di una cinghia di trasmissione di criminalità e sfruttamento che, nell’ordine: sradica dai loro territori persone private del diritto di vivere con dignità a casa propria, alimenta il circuito della manodopera servile del sistema ultracapitalistico attuale, esporta specialisti del racket così da aggiungere alla nostra mafia bianca, la mafia nera che ci mancava, giustifica un vergognoso business, sedicente umanitario, su cui lucrano i professionisti dell’accoglienza, costituisce il terminale di un progetto di liquefazione delle identità nazionali e di fusione delle stesse in un crogiuolo apolide e multietnico finanziato da personaggini come Soros, mica da San Francesco d’Assisi. E neanche da San Martino di Tours.
 
Seguitare nella politica dell’accoglienza indiscriminata significa alimentare tale perverso circuito; compresa, nel pacchetto, anche l’ecatombe dei morti in mare. Il che non è né buono, né intelligente. Né di sinistra. Tali nequizie sono state denunciate, e vengono combattute, proprio dai populismi biasimati, con spocchiosa alterigia, da Magistratura Democratica. Impressionante come si siano invertiti i ruoli: un tempo le elites erano le avanguardie della coscienza critica e delle istanze democratiche del popolo. Oggi, il popolo matura da sé quel grammo di consapevolezza civica indispensabile per mantenere un minimo di dignità patria. Peccato che le elites non si facciano contaminare. Ne avrebbero così bisogno.
 
Francesco Carraro
www.francescocarraro.com

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