Dalla faccenda del deep learning e dell’interesse manifestato dalle autorità europee per gli sviluppi dell’intelligenza artificiale c’è veramente molto da imparare. Il fatto che la Commissione europea abbia “reagito” al ritardo scientifico accumulato rispetto a USA e Cina elaborando un papello di “linee guida etiche” elaborato addirittura da “52 esperti” ci fa, intanto, capire una delle tare forse irrimediabili del modello politico inter-statuale in cui si concretizza la UE: la tara della burocratizzazione bizantina, il baco del legislatore folle, l’idea malata che si possa governare una società, il suo immenso territorio e l’avvenire dell’una e dell’altro, attraverso una minuziosa ed esasperante regolamentazione.
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mercoledì 22 maggio 2019
mercoledì 13 marzo 2019
Crisi d’identità
La notizia sconcertante del farmaco blocca-pubertà inserito nei prontuari delle medicine “passate” dal Servizio Sanitario Nazionale ci obbliga a ripescare un articolo della nostra carta costituzionale troppo spesso citato e quindi troppo spesso frainteso o, comunque, non capito fino in fondo. Ci riferiamo a quel famoso “articolo tre” infinite volte utilizzato dalla Corte Costituzionale per dichiarare la illegittimità di una legge. Un articolo importante che
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lunedì 11 marzo 2019
FANNO AVANZARE QUELLA PRIVATA
di Gabriele Sannino
Nel nostro paese, sono ormai milioni i cittadini che non possono più curarsi, dato che non hanno i soldi per farlo. Se ci riflettiamo un attimo, questo è del tutto incostituzionale, visto che l’art 32 della nostra sottesa Carta dichiara espressamente che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.
In realtà, quello che si sta consumando oggi, come spiegano bene Francesco Carraro
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giovedì 7 marzo 2019
Il populismo nell’Europa dei magistrati
L’altro giorno uscivo da un tribunale e mi imbatto in un manifesto di Magistratura democratica sul XXII Congresso dell’associazione dei giudici cosiddetti di sinistra. Al centro campeggiava una vignetta raffigurante un magistrato dallo sguardo da buon samaritano nell'atto di coprire con la propria toga un povero migrante appena sbarcato. Ho strabuzzato gli occhi, ho cercato di connettere quella patetica vignetta –
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venerdì 18 gennaio 2019
L’Ufficio Men tecatti
In quel di Bruxelles, e precisamente all’interno del Parlamento, deve annidarsi, da qualche parte, un Ufficio Mentecatti. L’Ufficio Mentecatti è una imprescindibile propaggine burocratica di molte istituzioni comunitarie, sia ben chiaro. Non si spiegherebbero altrimenti alcune norme trasfuse poi in complicatissimi trattati tipo quelle che hanno istituito una Banca Centrale per finanziare le banche anziché gli stati fondatori oppure quelle, arcinote, confluite nel fiscal compact e addirittura nella nostra Costituzione, con le quali si è istituzionalizzato, per via normativa, un metodo scientificamente infallibile per inibire la crescita e implementare il debito (e cioè il famigerato pareggio di bilancio). Tuttavia, l’Ufficio Mentecatti non si occupa solo di economia; delibera a trecentosessanta gradi e, soprattutto, non di rado sclera.
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lunedì 16 luglio 2018
VAFFANCOOL
Ho partecipato alla presentazione di una piattaforma web studiata apposta per gli avvocati. Ciò che mi ha colpito non è tanto il contenuto dell’offerta veicolata, quanto piuttosto il linguaggio utilizzato da chi aveva concepito, ideato, realizzato l’applicazione. Non parlavano la lingua italiana, in senso propriamente detto, ma piuttosto un suo imbarazzante imbastardimento infarcito di termini inglesi. A un certo punto, un po’ per divertimento un po’ per ingannare la noia, ho cominciata a contarli. Fluivano con una regolarità sconcertante: ogni sei o sette parole indigene – zac – te ne piazzavano una inglese, con l’effetto del sale nel caffè. E non erano solo i classici vocaboli multiuso che, ormai, li senti pure nei nostri mercati rionali: espressioni parassite come ‘step’ o ‘password’ non sono manco più straniere per quanto le abbiamo abusate fino all’usura allo stesso modo di un vecchio paio di scarpe da tennis (anche ‘tennis’, in effetti, è un vocabolo immigrato, a ben pensarci).
Nel caso della riunione di cui sopra – studiata da ingegnosi programmatori italiani per intraprendenti avvocati italiani, si badi bene –, grandinava solo roba fresca di giornata. Ecco una breve cernita della mia vendemmia di pochi minuti: knowledge transfer, sharing, best practice, peer, scientific committee, delivery, claim, permission, owner, note wireframe, compliance, smart contract; per non parlare dei neologismi verbali anglo-italianizzati tipo l’orrendo ‘uplodare’. Ora, la questione dell’imbarbarimento di una lingua ‘indigena’ è vecchia come il cucco. C’entrano l’imperialismo militare (il latino era la lingua madre dell’Europa romanizzata), oppure culturale (il greco era l’idioma principe dell’età ellenistica) o, infine, mercantile (l’inglese è lo slang dell’Evo competitivo odierno tutto tarato sui consumers, sul business, sul marketing). Tuttavia, c’è anche un sottile risvolto psicologico, mai approfondito, in questo fenomeno. E risiede nel fondamentale complesso d’inferiorità che ci ha ‘abituati’ anche a questo aspetto del mondo globalizzato: accettare, e digerire senza batter ciglio, una terminologia così ‘gratuita’, perché sganciata da una reale necessità, ed ‘esibita’, perché pronunciata con l’affettazione insopportabile dei nuovi tipi umani english style, da apparire stupida se non volgare.
E ciò persino in un consesso di professionisti avvezzi ad impiegare tutt’oggi, nei loro atti, meravigliose locuzioni bimillenarie come: in re ipsa, res ipsa loquitur, inaudita altera parte. E invece finiamo per organizzare meeting dove si fanno breefing per parlare british; parliamo così, ci facciamo parlare così, perché stiamo perdendo financo l’ultimo residuo brandello di senso d’appartenenza patrio costituito dal comune patrimonio linguistico. Insomma, esprimersi in un ricco e fluente italiano è diventata una roba da sfigati (scusate, volevo dire da nerd), mentre infarcire il proprio flusso discorsivo con le orrende parole chiave (scusate, volevo dire keywords) di cui sopra è davvero fico (scusate, volevo dire cool). Peccato: proprio rivendicare un fiero utilizzo del nostro immenso, multiforme ed incisivo bagaglio lessicale, potrebbe rappresentare il primo passo per ritrovare anche l’orgogliosa sensazione della nostra smarrita identità nazionale.
Francesco Carraro
venerdì 4 maggio 2018
Analfabeti
Pare, secondo l’OCSE, che oltre il settanta per cento della popolazione italiana sia oggi analfabeta funzionale. Significa che sa leggere e scrivere, bene o male (più male che bene, diciamo), ma non riesce a districarsi nelle operazioni elementari come comprendere un articolo di giornale, un bugiardino di medicinale o un foglio di istruzioni. Insomma, non può orientarsi nel mondo e applicarsi nella sua trasformazione senza il sussidio di qualcuno. In tempi in cui la correttezza politica non era un imperativo, si sarebbe detto: un ebete. Il dato è interessante e va approfondito. Intanto, se abbiamo capito cos’è un analfabeta funzionale, come possiamo definire la ‘alfabetizzazione funzionale’? Per l’Unesco, essa consiste in ciò: “Fornisce gli strumenti per acquisire la capacità critica nei confronti della società, stimola i progetti che possano agire sul mondo e trasformarlo”. Tutto molto bello, ma come mai da noi non funziona? Forse perché il sistema scolastico è allo sbando? Non direi; chi ha una minima confidenza con i programmi delle scuole elementari e medie dei nostri ragazzi sa quanto essi siano densi: molte competenze, anche troppe, soprattutto di carattere tecnico-scientifico, nonchè applicazione sistematica delle più recenti teorie didattiche e delle più efficaci strategie di apprendimento. Allora è colpa di una difficoltà di accesso al sapere? Ovviamente no: galleggiamo per inerzia su un oceano sconfinato di conoscenze grazie all’interconnessione della web society. E allora? E allora rileggiamola la dichiarazione Unesco e troveremo le paroline magiche in grado di illuminare l’insieme: “Capacità critica nei confronti della società” orientata a “trasformare il mondo”. Ecco il cuore dell’alfabetismo funzionale: fornire ai giovani abitanti di un nuovo pianeta (e per tutti i giovani del mondo, il mondo è ‘nuovo’ per definizione) gli strumenti per capire le pecche del sistema ed emendarle, attraverso processi intellettivi di analisi teorica e volitivi di sintesi pratica, al fine di un suo cambiamento o, addirittura, di un suo capovolgimento. In generale, questa è la vocazione prima del pensiero filosofico e, in particolare, la missione che si erano dati i componenti dell’Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte da cui scaturì, nella prima metà del Novecento, l’omonima Scuola. Ma per fare analisi critica, finalizzata alla praxis (cioè per divulgare una cultura autenticamente ri-generativa rispetto alle storture del presente) non basta imbottire di nozioni la memoria dei ragazzi: bisogna dar loro le chiavi per decodificare la realtà. E siamo al nocciolo: il nostro sistema educativo è scientificamente concepito per evitare che le nuove leve comprendano davvero le sottostrutture portanti dell’attuale civiltà, ne disvelino i meccanismi di riproduzione delle relative menzogne, e siano quindi in grado di concepire valide, e praticabili, alternative. Il che è paradossale; nell’era delle famose, e idolatrate, riforme strutturali, l’unica riforma costitutivamente impossibile è anche quella più necessaria: il ribaltamento del Sistema. In sintesi, oggi non c’è poca scolarizzazione; ce n’è troppa. E, per la gran parte, essa mira proprio ad ottundere quella “capacità critica” in cui consiste l’alfabetismo funzionale.
Francesco Carraro
Ho conosciuto persone cui ho dovuto compilare moduli o aiutarli a farlo, eppure erano contadini o allevatori capaci, nel loro mestiere: laddove io, col cavolo che sarei riuscito a compiere il loro lavoro. Ho incontrato muratori , piastrellisti, idraulici, commercianti, medici, e anche ingegneri e architetti, che erano completamente fuori dal mio mondo, quello dell'arredamento, e non avevano nessuna idea di come "nascesse un mobile": e loro hanno conosciuto me, con la mia ignoranza e incapacità di capire il loro mondo e le loro competenze. E che cosa è successo? Che abbiamo cercato, e quasi sempre trovato, un punto di incontro e di aiuto: perché questo ,secondo me, che sono zoticone, è quello che contava ieri e anche oggi. Mi hanno e li ho aiutati a capire: non mi sono messo a fare il saccente e il saputello , anzi, mi faceva piacere illustrare e spiegare cose che, a mio parere, fossero utili per poter apprezzare un prodotto, che fosse una sedia o una libreria.
illupodeicieli
illupodeicieli
venerdì 23 marzo 2018
Oggi 23 marzo in TV su Canale Italia un appuntamento importante e interessante
VENERDÌ 23 MARZO SU CANALE ITALIA SCENARI ECONOMICI PER PARLARE DI PROVE TECNICHE DI GOVERNO E DI MINIBOT
Venerdì 23 marzo p.v. dalle 21.00 alle 23.00 su Canale Italia (digitale 53, Sky 821) nella trasmissione condotta da Vito Monaco saranno ospiti Fabio Dragoni, Maurizio Gustinicchi, Carlo Botta, Giuseppe Povia, Francesco Carraro e Antonio M. Rinaldi per parlare del post elezioni e di prove tecniche di governo. Inoltre sarà presentato il progetto dei MINIBOT come strumento per il rilancio dell’economia italiana.
https://scenarieconomici.it/venerdi-23-marzo-su-canale-italia-scenari-economici-per-parlare-di-prove-tecniche-di-governo-e-di-minibot/
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