lunedì 16 luglio 2018

VAFFANCOOL


Ho partecipato alla presentazione di una piattaforma web studiata apposta per gli avvocati. Ciò che mi ha colpito non è tanto il contenuto dell’offerta veicolata, quanto piuttosto il linguaggio utilizzato da chi aveva concepito, ideato, realizzato l’applicazione. Non parlavano la lingua italiana, in senso propriamente detto, ma piuttosto un suo imbarazzante imbastardimento infarcito di termini inglesi. A un certo punto, un po’ per divertimento un po’ per ingannare la noia, ho cominciata a contarli. Fluivano con una regolarità sconcertante: ogni sei o sette parole indigene – zac – te ne piazzavano una inglese, con l’effetto del sale nel caffè. E non erano solo i classici vocaboli multiuso che, ormai, li senti pure nei nostri mercati rionali: espressioni parassite come ‘step’ o ‘password’ non sono manco più straniere per quanto le abbiamo abusate fino all’usura allo stesso modo di un vecchio paio di scarpe da tennis (anche ‘tennis’, in effetti, è un vocabolo immigrato, a ben pensarci).
 
Nel caso della riunione di cui sopra – studiata da ingegnosi programmatori italiani per intraprendenti avvocati italiani, si badi bene –, grandinava solo roba fresca di giornata. Ecco una breve cernita della mia vendemmia di pochi minuti: knowledge transfer, sharing, best practice, peer, scientific committee, delivery, claim, permission, owner, note wireframe, compliance, smart contract; per non parlare dei neologismi verbali anglo-italianizzati tipo l’orrendo ‘uplodare’. Ora, la questione dell’imbarbarimento di una lingua ‘indigena’ è vecchia come il cucco. C’entrano l’imperialismo militare (il latino era la lingua madre dell’Europa romanizzata), oppure culturale (il greco era l’idioma principe dell’età ellenistica) o, infine, mercantile (l’inglese è lo slang dell’Evo competitivo odierno tutto tarato sui consumers, sul business, sul marketing). Tuttavia, c’è anche un sottile risvolto psicologico, mai approfondito, in questo fenomeno. E risiede nel fondamentale complesso d’inferiorità che ci ha ‘abituati’ anche a questo aspetto del mondo globalizzato: accettare, e digerire senza batter ciglio, una terminologia così ‘gratuita’, perché sganciata da una reale necessità, ed ‘esibita’, perché pronunciata con l’affettazione insopportabile dei nuovi tipi umani english style, da apparire stupida se non volgare.
 
E ciò persino in un consesso di professionisti avvezzi ad impiegare tutt’oggi, nei loro atti, meravigliose locuzioni bimillenarie come: in re ipsa, res ipsa loquitur, inaudita altera parte. E invece finiamo per organizzare meeting dove si fanno breefing per parlare british; parliamo così, ci facciamo parlare così, perché stiamo perdendo financo l’ultimo residuo brandello di senso d’appartenenza patrio costituito dal comune patrimonio linguistico. Insomma, esprimersi in un ricco e fluente italiano è diventata una roba da sfigati (scusate, volevo dire da nerd), mentre infarcire il proprio flusso discorsivo con le orrende parole chiave (scusate, volevo dire keywords) di cui sopra è davvero fico (scusate, volevo dire cool). Peccato: proprio rivendicare un fiero utilizzo del nostro immenso, multiforme ed incisivo bagaglio lessicale, potrebbe rappresentare il primo passo per ritrovare anche l’orgogliosa sensazione della nostra smarrita identità nazionale.
 
Francesco Carraro

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