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giovedì 3 ottobre 2024

ddl1660 ovvero lo stato di polizia voluto dal governo in carica

 Dalla criminalizzazione di ogni forma di dissenso che esca dai binari del rassegnato corteo autorizzato dalla Questura (sempre che questo sia concesso, considerato quanto sta accadendo in vista di quelli per la Palestina), a nuove garanzie di impunità per gli agenti di polizia. Il Ddl 1660, impropriamente ribattezzato come al solito “Decreto Sicurezza”, è in realtà in tutto e per tutto un “Decreto Repressione”. Al suo interno, una fattispecie di reato nuova pensata per colpire ogni movimento che preoccupa il governo: operai, ecologisti, movimenti contro le grandi opere, contro la speculazione energetica e per il diritto alla casa. Una norma giudicata pericolosa anche dall’Unione delle Camere Penali, che ha proclamato un inusuale “stato di agitazione” degli avvocati contro la legge che è già stata approvata alla Camera e aspetta di approdare al Senato per il voto definitivo. Per spiegare ai lettori i caratteri preoccupanti di una legge che, se approvata in via definitiva, andrà ad apporre un nuovo chiodo sul diritto alla manifestazione del dissenso, L’Indipendente ha intervistato Eugenio Losco, avvocato da tempo attivo nella difesa di cause relative a proteste e movimenti sociali.

Partiamo dall’inizio, perché il ddl 1660 dovrebbe preoccupare più dei precedenti decreti sicurezza?

È un disegno di legge caratterizzato dalla volontà evidente di reprimere qualsiasi forma di lotta e di conflitto sociale, andando a colpire i vari movimenti e le lotte sociali in maniera specifica e dettagliata. C’è una norma studiata per reprimere gli eco-ambientalisti, una contro i lavoratori della logistica, una contro Ultima Generazione, una contro il movimento per la casa, una contro chi si oppone alle grandi opere, una contro i detenuti che protestano nelle carceri, e una contro gli immigrati nei centri di detenzione. Si tratta di un decreto repressivo concepito in modo organico, che costituisce quindi un salto di qualità rispetto ai precedenti decreti sicurezza.

Il decreto nella sua organicità si spinge oltre: mentre da una parte criminalizza il dissenso, dall’altra aumenta le difese dei corpi di polizia che hanno il compito di reprimere le proteste, è così?

Assolutamente. La pena per il reato di resistenza a pubblico ufficiale, storicamente contestato in maniera molto vaga, viene aumentata di un terzo se commessa nei confronti di un poliziotto, senza possibilità di applicare le attenuanti generiche. La pena poi subisce un aggravio in caso di manifestazioni che contestano le grandi opere, una fattispecie pensata apposta per reprimere i movimenti che si oppongono alla TAV e al Ponte sullo Stretto. È stato poi introdotto un reato specifico di lesioni nei confronti di appartenenti alle forze dell’ordine, con pene molto gravi. Se normalmente una condanna per lesioni lievi prevede una pena bassa, se le stesse lesioni vengono inflitte a poliziotti la condanna varia da 2 a 5 anni. Se sono lesioni gravi, da 4 a 8 anni, mentre per lesioni gravissime si può arrivare a 16 anni di reclusione. A chiudere il cerchio viene poi concesso agli agenti di polizia il diritto di portare armi anche fuori servizio.

Il ddl si occupa anche di carceri e CPR, luoghi dove quest’anno si sono susseguite proteste, rivolte e suicidi. Un problema che il governo pare voler risolvere reprimendo le proteste anziché ragionando su come affrontare un problema sociale…

È esattamente così. Uno dei nuovi reati che più colpisce è sicuramente quello previsto dagli articoli 26 e 27 di questo disegno di legge, ossia il reato di rivolta in carcere, nei centri di detenzione amministrativa, nei CPR e negli hotspot. Non c’era nessun bisogno di introdurre un reato specifico di rivolta, dato che le azioni di protesta di questo tipo sono già fortemente sanzionate. È una norma bandiera, pensata a fini propagandistici, ma ciò che preoccupa di più è che all’interno di questi articoli è stato introdotto anche il reato di resistenza passiva. Un detenuto che rifiuterà di obbedire a un ordine impartito dalle autorità sarà punito come se avesse messo in atto un’azione violenta nei confronti degli agenti. La protesta passiva diventa reato di resistenza. Questo è piuttosto preoccupante, perché introduce nel nostro ordinamento una figura di reato inedita.

Su questo c’è il rischio che si torni ai regolamenti carcerari dell’epoca fascista, che imponevano un carcere fondato sulla punizione e la totale sottomissione del detenuto?

Sì, l’orientamento di questo governo sembra voler superare l’ordinamento penitenziario attuale che, quando è stato introdotto nel 1975, era all’avanguardia. Questo decreto mi sembra un esempio chiaro di tale volontà.

In che modo il ddl 1660 va a colpire i movimenti sociali?
Come dicevo, il disegno di legge è organico e prova a reprimere tutte le più forti lotte sociali degli ultimi anni. Il nuovo reato di occupazione, che prevede da 2 a 7 anni di carcere per chi occupa una casa, andando a colpire anche chi coopera con l’occupazione, appare come una norma ad hoc per colpire i militanti dei movimenti per il diritto alla casa.

La forte penalizzazione del blocco stradale, punibile con il carcere anche se attuato in forma pacifica, colpisce in maniera chirurgica una delle pratiche maggiormente utilizzate dagli operai della logistica. Il ministro Piantedosi ha dichiarato espressamente che l’introduzione di questo reato serve a impedire che le proteste dei lavoratori della logistica possano disturbare la distribuzione delle merci. Si tratta quindi di una norma che ha il duplice effetto di reprimere chi protesta e proteggere gli interessi della controparte, rappresentata dagli imprenditori, garantendo che i loro affari non siano disturbati dai blocchi operai. La soluzione del ministro ai quasi 240 scioperi di cui parla non è quella di indagare sul perché questi scioperi vengano fatti in un settore come la logistica, dove esiste un grave problema nell’applicazione dei contratti, ma di reprimere il diritto di sciopero.

Nella stessa cornice si inserisce l’aumento della pena di un terzo previsto per chi si oppone alle grandi opere definite strategiche, che mira a colpire i movimenti in difesa del territorio, come quelli contro la TAV, il Ponte, il MUOS o la speculazione energetica. Viene inoltre aumentata la possibilità di applicare i DASPO agli attivisti, impedendo loro, ad esempio, di avvicinarsi a opere di interesse strategico come ferrovie e trasporti urbani, o di partecipare alle manifestazioni.

In definitiva, queste sono tutte misure studiate in maniera metodica per colpire ogni forma di opposizione organizzata allo stato attuale delle cose. Si cerca anche il controllo totale della piazza e delle forme di protesta.

C’è poi il “terrorismo della parola”, la nuova norma che sanziona i materiali informativi scritti. Cosa implica?

Si tratta dell’introduzione del reato di “detenzione di materiale con finalità di terrorismo”. È un’altra misura che dimostra il livello di repressione pervasivo nel disegno di legge. Sarà considerato reato il semplice possesso di materiale che illustri la preparazione di congegni, armi o che parli di tecniche di sabotaggio, indipendentemente dal fatto che il soggetto intenda effettivamente mettere in pratica azioni concrete. La reclusione prevista va dai due ai sei anni. Si assiste a una forte anticipazione della punizione, nel senso che si punisce una condotta che, in termini giuridici, si definisce come “pericolo astratto”, mentre finora era richiesta almeno una minima concretezza.

Sembra che la direzione sia quella di concepire la sicurezza esclusivamente in termini di proibizione e punizione, ignorando completamente l’aspetto della sicurezza sociale. In questo modo, si passa da uno stato di diritto teorico a uno stato di polizia sempre più repressivo.

C’è senza dubbio un passaggio deciso verso un maggior autoritarismo, verso una modifica “all’ungherese” del nostro sistema. Poi sul fatto che non si investa per quanto riguarda il sociale, eccetera, non è il primo governo, forse tutti i governi recenti hanno fatto così. È ovvio che la questione di sicurezza non si risolve con la repressione, ma intervenendo nel sociale dove ce n’è bisogno. Ma questo non lo fa nessuno, né a destra né a sinistra.

Possiamo leggere questo nuovo decreto come una continuazione dei precedenti decreti sicurezza, dal decreto Minniti/Orlando al Decreto Salvini e al Decreto Caivano?

Sì, c’è sicuramente una continuità, ma questo decreto ha un impatto maggiore rispetto ai precedenti. Ha molti aspetti che richiamano un’impostazione quasi di stampo fascista. Penso, ad esempio, alle leggi che colpiscono determinate categorie in modo quasi discriminatorio, come le norme contro i Rom, la nuova definizione del reato di accattonaggio con l’aumento delle pene, o la modifica dell’articolo 146, che introduce la possibilità di applicare il carcere anche alle donne incinte o con figli minori di un anno. Oppure la norma che impone l’obbligo del permesso di soggiorno per ottenere una carta SIM e quindi un cellulare, rivolta agli immigrati.

Molti stanno denunciando principi di incostituzionalità nel ddl 1660. Lei cosa ne pensa: contiene norme contrarie alla Costituzione italiana?

Sarà sicuramente una questione da approfondire, ma a mio avviso ci sono punti che sono in aperto contrasto con la Costituzione. Pensiamo, ad esempio, all’articolo 3, che sancisce il principio di uguaglianza formale di tutti i cittadini davanti alla legge: come si concilia questo con il diritto dei poliziotti non in servizio a girare armati o con le norme specifiche rivolte ad alcune categorie sociali o etniche? C’è anche un problema di proporzionalità delle pene in relazione a certi reati, che è un altro principio costituzionale. Sono tutte questioni che potranno essere sollevate, ma purtroppo richiederanno tempi lunghi. Nel nostro ordinamento non esiste la possibilità di ricorrere direttamente alla Corte Costituzionale. Sarà necessario che un giudice sollevi la questione all’interno di un procedimento penale. Ma ci vorranno anni, e nel frattempo tutto questo impianto legislativo entrerà in vigore.

[di Monica Cillerai]

fonte https://www.lindipendente.online/2024/10/02/ddl-1660-una-norma-da-stato-di-polizia-intervista-allavvocato-eugenio-losco/

lunedì 29 aprile 2019

Italia. Il centrodestra ha la maggioranza assoluta in Camera e Senato.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-29.

2019-04-23__Bimedia__001

Secondo un sondaggio elettorale che computa le propensioni al voto collegio per collegio, il centrodestra otterrebbe alla Camera 385 seggi, il centrosinistra 113, ed il M5S 105. Il Movimento 5 Stelle nel maggioritario: passerebbe infatti dai 92 collegi conquistati nel 2018 agli attuali 16.

domenica 24 febbraio 2019

Macron. Gilets Jaunes & Benalla. Una miscela esplosiva. 46,600, nei fatti il doppio.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-24.

Macron. Vignette. 001

«Le ministère de l’Intérieur annonce avoir comptabilisé 46 600 manifestants gilets jaunes lors de l’acte 15 dans toute la France, soit 5 000 de plus que la semaine dernière lors de l’acte 14»

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Gilets jaunes Acte 15 : gain de mobilisation, quelques tensions (23 février, Paris 2019)[YouTube]

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Acte 15 des Gilets jaunes : 46 600 personnes ont défilé en France selon l’Intérieur (EN CONTINU)

«Après un acte 14 qui a vu un petit essoufflement de la mobilisation, les Gilets jaunes vont tenter de mobiliser les troupes pour le 23 février. Le sursaut aura-t-il lieu ?»

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Benalla in carcere: politica, privilegi, protezioni e rapporti con la Russia

venerdì 22 febbraio 2019

Francia. Il Senato arrostisce Mr Macron a fuoco lento.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-22.

Pollo allo Spiedo 001

Il Senato francese è eletto a suffragio indiretto, sta in carica sei anni, e va incontro ad elezioni ogni tre anni.

I 346 senatori sono eletti su base dipartimentale dai deputati e senatori, consiglieri regionali, consiglieri dipartimentali e da delegati dei consigli municipali. Questo sistema elettorale provoca uno sbilanciamento politico nella composizione dei senatori, poiché privilegia le zone rurali della Francia, storicamente più a destra delle zone urbane.

Nelle elezioni tenutesi nel 2017 gli elettori erano quindi quelli che rappresentavano il proscenio politico  di almeno tre anni precedenti, quando La République en Marche! non esisteva ancora.

venerdì 9 marzo 2018

Mettetela come volete: CasaPound ha tolto sette seggi al centrodestra (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Mettetela come volete: CasaPound ha tolto sette seggi al centrodestra (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Articolo di Giuseppe Palma e Paolo Becchi su Libero di oggi, 09/03/2018:
Alla fine è successo in parte quanto avevamo previsto. CasaPound non ha avuto un risultato esaltante, resta abbondantemente sotto la soglia prevista del 3% e quindi non entra in parlamento: è stato un voto oggettivamente inutile e non «l’unico voto utile» come diceva CasaPound nella sua campagna elettorale indirizzata a portar via voti alla Lega. Ne ha portati via pochi, ma ha finito comunque col sottrarre sette seggi al centro-destra, cinque al Senato e due alla Camera. Sette seggi che potevano tornare utili: cinque regalati al M5s e due al Pd.
Per quanto riguarda il Senato parliamo dei collegi uninominali di Modena dove CasaPound, col suo 0,45%, ha determinato la sconfitta del candidato di centrodestra a vantaggio di quello del centrosinistra con uno scarto di appena 46 voti (lo 0,01%), di Arezzo dove l’1,49 di CasaPound e Forza Nuova hanno determinato la medesima situazione, di Collatino (Roma) dove il seggio è andato al candidato dei 5Stelle con uno scarto dello 0,19% (CasaPound ha preso poco più dell’1%), di Ancona dove il candidato di centrodestra ha perso il seggio a vantaggio di quello del M5S per lo 0,1% (CasaPound 0,83%) e di Battipaglia dove il candidato pentastellato ha vinto su quello del centrodestra con uno scarto dello 0,67% (CasaPound più Forza Nuova all’1,22%).
RAPPORTI DI FORZA
Alla Camera facciamo riferimento ai collegi uninominali di Guidonia, dove per appena 18 voti il candidato del centrodestra ha lasciato il seggio a quello del Movimento (CasaPound 2.999 voti) e di Cassino dove l’1,34% del partito di Di Stefano ha determinato la sconfitta del candidato di centrodestra a vantaggio di quello pentastellato con uno scarto dello 0,13%. Congratulazioni!
I sette seggi non sarebbero stati sufficienti al centrodestra per raggiungere la maggioranza assoluta, ma in vista dell’incarico a Matteo Salvini potevano risultare utili quantomeno nei rapporti di forza. Nello specifico, a Palazzo Madama la coalizione di centrodestra ha ottenuto 135 seggi, più 2 dalla Circoscrizione Estero riesce ad arrivare a 137 (ha dunque la maggioranza relativa). Se a questi aggiungiamo i 5 scranni sottratti da CasaPound il centrodestra avrebbe oggi 142 seggi. I rapporti di forza coi 5Stelle (che al Senato hanno conquistato 112 seggi) sarebbero stati ancor più marcati. E in Parlamento i rapporti di forza fanno la differenza, soprattutto quando nessuno riesce ad ottenere la maggioranza assoluta.
LA DOMINAZIONE
In politica la ricerca di visibilità fine a se stessa può essere molto dannosa. Il Paese soffre la dominazione straniera di Bruxelles e Francoforte, quindi le forze sovraniste “minori” avrebbero dovuto pensare nell’immediato più all’interesse nazionale che non alle ambizioni personali di qualche candidato, ambizioni certo legittime, ma che possono creare danni a quella stessa Nazione che si dice di voler liberare.
Articolo di Giuseppe Palma e Paolo Becchi su Libero di oggi, 09/03/2018.
fonte http://lacostituzioneblog.com/2018/03/09/mettetela-come-volete-casapound-ha-tolto-sette-seggi-al-centrodestra-di-giuseppe-palma-e-paolo-becchi-su-libero/

giovedì 5 ottobre 2017

Benvenuti nell’Italia della sorveglianza di massa. (Gentiloni sta per imporre la censura sul web )

Dati personali su web e telefono, il governo dà il via alla sorveglianza di massa
Un’amara sorpresa attende gli italiani nei prossimi giorni. Il Senato, infatti, entro questo fine settimana darà il via definitivo a una norma che all’apparenza richiama l’esigenza di rispettare le norme europee. Si tratta delle Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea – Legge europea 2017. Il disegno di legge, che reca come primo firmatario il nome del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, è uno di quegli atti adottati in termini brevissimi, per via scadenze di legge che ne giustificano l’adozione senza un’approfondita discussione parlamentare che ne rallenterebbe l’iter
Per questo motivo, insieme ad atti dello stesso tipo, come il decreto Milleproroghe, e le stesse norme che compongono la legge di Bilancio (quando ad esempio si diffonde la notizia che il governo porrà la fiducia) sono esposti all’inserimento di emendamenti last minute che non sono discussi se non per pochi minuti e che poi vengono approvati anche dall’altra Camera (in questo caso il Senato), senza poter essere modificati.
1. La prima norma dispone l’allungamento dei tempi di conservazione dei dati internet e telefonici a sei anni, ed è stata già oggetto di aspre critiche, provenienti anche dallo stesso Garante della privacy italiano, Antonello Soro.
2. La seconda norma assegna all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Agcom, il potere di intervenire in via cautelare, sulle comunicazioni elettroniche dei cittadini italiani, al fine di impedire l’accesso agli stessi cittadini a contenuti presenti sul web.
Le norme non possono essere modificate e passeranno così come sono. La scusa ufficiale è che non si possono procrastinare gli impegni europei, per cui, come ha dovuto constatare amaramente anche il Presidente dell’Autorità garante per la Protezione dei Dati personali, il Parlamento, pur in presenza di norme che contrastano chiaramente con le disposizioni europee che dicono di voler attuare, le fa comunque passare, per evitare di doverle discutere in una ulteriore lettura.
Cosa prevedono le nuove norme, già approvate alla Camera?
E’ semplice.
1. La prima norma prevede che i provider italiani, per ragioni di repressione di attività legate al terrorismo, devono conservare i dati di tutti i cittadini italiani, in attesa che le autorità inquirenti, decidano di chiedere informazioni su quei dati.
In soldoni, gli operatori di internet privati (ovvero chi ci dà accesso ad internet, ci fa telefonare ci consente di chattare) deterranno per sei anni (quindi per sempre, considerando che la norma entrerà in vigore da oggi) i dati di tutti gli italiani, a prescindere dalla effettiva commissione di un reato. Se poi si indaga su un reato, quei dati potranno essere richiesti ai provider. E di che dati stiamo parlando? Di tutto ciò che abbiamo detto o fatto attraverso il telefono, le chat o internet.
Ora, immaginiamo le banche dati che contengono queste informazioni e il rischio che queste banche dati, che a volte vengono conservate da provider con poche disponibilità finanziarie (o all’opposto da grandi realtà con milioni di dati), vengano bucate da un hackerche poi decida di vendere i dati.
Stiamo parlando di circa cinquemila soggetti (gli internet service provider) a volte dotati di mezzi minimi, che avranno in mano tutte le nostre vite digitali, che oggi sono divenute in realtà le vite reali. Qualcuno ad esempio potrebbe voler “bucare” il profilo di un parlamentare, di un giornalista scomodo, di un oppositore politico interno e/o esterno, e sapere a chi ha telefonato e quando e a chi una determinata persona o che siti internet ha visitato. Altro che immunità, questo qualcuno avrà accesso a tutte le conversazioni telematiche, a tutti i siti visitati e così via.
Si dirà: “Ma questo vale solo per il terrorismo“, e qui sta il secondo malinteso. Il provider, infatti, deve comunque raccogliere i dati, senza sapere se e quando queste informazioni verranno richieste, né può sapere quest’ultimo il perché gli vengano richiesti i dati: l’operatore, infatti, se viene raggiunto da una richiesta non la può sindacare, né l’autorità di polizia può comunicare, per non pregiudicare le indagini, a un soggetto privato il motivo della richiesta.
2. La seconda norma è ancora più inquietante. L’ha proposta, e fatta approvare alla Camera come primo firmatario, il deputato del Partito democratico Davide Baruffi con un emendamento “sprint”.
Questa norma si ricollega ad una legge già approvata undici anni fa nel nostro paese relativa ad un decreto legislativo che ha già ampiamente recepito la norma che dice di voler recepire che attribuisce alla Magistratura il compito di intervenire sul web. La proposta di legge sottrae ai giudici (come prevedono la nostra Costituzione e le nostre leggi, prima fra tutte la legge sul diritto d’autore) il compito di intervenire in via cautelare sui contenuti sul web. Come ha detto lo stesso Baruffi, “da oggi con un regolamento dell’Agcom, in Italia si sperimenta la notice and stay down e le piattaforme dovranno rimuovere i contenuti illeciti e impedirne la riproposizione”.
Ora, poiché il web è composto di milioni di informazioni che cambiano in nanosecondi e la maggior parte di questi dati sono all’estero, non c’è modo di conoscere in anticipo la riproposizione dei contenuti che la norma vorrebbe censurare, se non con una tecnica di intercettazione di massa denominata Deep packet inspection. L’unico modo, insomma, di fare ciò che il governo sta per fare approvare, è di ordinare ai provider italiani di “seguire”i cittadini su internet per vedere dove vanno, al fine poi di realizzare questo “impedimento” alla riproposizione, attraverso un meccanismo di analisi e raccolta di tutte le comunicazioni elettroniche dei cittadini che intendano recarsi su siti “dubbi”.
Questo, naturalmente senza alcun controllo preventivo da parte di un magistrato. L’Agcom, infatti, non ha di fatto potere su operatori che non siano in Italia. E’ per questo che, invece, in sede europea si sta discutendo in modo bilanciato di risolvere il problema alla fonte, dove nasce l’informazione, e non agendo sui cittadini presenti sul territorio nazionale.
La cosa, ancorché contraria alle norme europee già approvate, ha fatto gridare allo scandalo le associazioni italiane di diritti civili, quelle internazionali, le associazioni di consumatori più sensibili e gli stessi operatori del web.
Riavvolgiamo dunque il nastro: grazie al Parlamento, i dati dei cittadini saranno raccolti in banche dati custodite dai provider per un tempo pressoché illimitato. L’autorità amministrativa ovvero l’Agcom avrà il potere di ordinare ai provider di “seguire “ i cittadini italiani senza l’ordine di un magistrato.
Benvenuti nell’Italia della sorveglianza di massa.

Fulvio Sarzana
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it
LInk: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/04/dati-personali-su-web-e-telefono-il-governo-da-il-via-alla-sorveglianza-di-massa/3892666/amp/
4.10.2017
Ero fermo a qualche anno fa, al bavaglio che suscitò un casino e bloccò un decreto simile. Ma ad ora non ho ancora letto qualcosa né visto qualcosa nei banner. Ora lo farò. Se dovesse passare , quando sarà ora, non voterò chi ha promosso questo decreto, né il suo partito , né partiti che si dovessero alleare con il PD: ma neanche chi , ieri e oggi , sapendolo ha taciuto e non si è mosso. Tutti i partiti? Allora annullerò la scheda o non voterò. Dimenticavo: post visto su comedonchisciotte.org https://comedonchisciotte.org/benvenuti-nellitalia-della-sorveglianza-di-massa-gentiloni-sta-per-imporre-la-censura-sul-web/

sabato 26 gennaio 2013

FACITE AMMUINA Rodolfo Roselli, intervento su Radio gamma 5 del 28.12.2005



Per i napoletani è una frase ben nota, per gli altri era un ordine militare.
All’art.27 del Regolamento della Real Marina del Regno delle due Sicilie del 1841, veniva indicato quest’ordine, impartito ai marinai di un vascello ,e da usare in occasione di visite a bordo, delle Alte Autorità del Regno, che consisteva nel simulare un grande affaccendarsi dei marinai in tutta la nave, per dare l’impressione di fervore di lavoro, e di frenetica attività.
Quest’ordine non è mai andato in disuso, anche se ,di volta in volta, adattato ai tempi.
Durante il regime fascista, prima di una visita del Duce ,venivano spostate le vacche da una fattoria all’altra, per simulare cospicui e floridi allevamenti ovunque, oppure venivano mostrati, in seconda fila, numerosi aerei o carri armati di cartone, per simulare la moltitudine delle armi del nostro esercito.
Oggi si usa sempre più spesso, a danno ancora di un sovrano, cioè a danno del popolo ,quando lo si vuole ingannare, illustrando le effimere , anzi ridicole, decisioni di un esecutivo, di qualunque colore ,che voglia esibirsi e autoincensarsi con le sue gesta.
Oggi , dopo tre anni circa di attesa, viene partorita la legge sulla tutela del risparmio che, presa di contropiede dalle dimissioni dell’emerito Antonio Fazio, ha dovuto introdurre, di corsa, norme garantiste, affinché non si ripeta l’indecorosa commedia, alla quale tutto il mondo ridendo, ha assistito.

venerdì 28 settembre 2012

Condomini "animal friendly". Vietato proibire animali in casa


Condomini "animal friendly" Vietato proibire animali in casa Cane e gatto - foto simbolo
Vittoria per le famiglie che vivono con quasi 20 milioni di quattro zampe: sarà vietato proibire agli animali domestici di vivere nelle abitazioni dei condomini. Lo ha deciso ieri la Camera, che ha sancito il principio per cui "le norme del regolamento condominiale non possono vietare di possedere o detenere animali domestici".
La norma va a integrare l'articolo 1138 del codice civile, che regola la vita in comune di quei circa 30 milioni di italiani che dividono - più o meno litigiosamente - lo stesso palazzo. Il testo dovrà tornare al Senato, ma non dovrebbe più incontrare ostacoli. "E' un nuovo e concreto passo per porre fine a una discriminazione contro chi vive con animali domestici" esulta Gianluca Felicetti, presidente della Lav.
"La mia proposta di legge diventerà presto realtà" si rallegra Gabriella Giammanco, deputato del Pdl che, con Franca Chiaromonte del Pd, ha portato avanti l'iniziativa. "Nessun regolamento condominiale potrà più vietare di possedere animali da compagnia in casa". Il testo in compenso vieta di ospitare animali esotici come serpenti e tigri.
                                           unionesarda.it
Vedremo che cosa succederà.

mercoledì 12 settembre 2012

Come eliminare il Parlamento infame?

Se c’è un provvedimento la cui urgenza è evidente per la salvezza del Paese, è l’eliminazione dell’attuale Parlamento. Non solo: è necessario sancire la ineleggibilità delle inqualificabili persone che lo compongono, per loro osceno, spudorato tradimento del mandato.

Questa è gente che ormai non ha che uno scopo: tenersi i soldi e i posti, perpetuarli contro la volontà popolare. In questi mesi in cui appoggiano – senza distinzione fra «maggioranza» e «opposizione» – un governo non-eletto, imposto da fuori e da sopra, occupano il tempo nelle due Camere in viscidi rimestamenti per restare lì in eterno e lì ci sono «giovani» come Casini e Fini-in-Tulliani, che sono lì da 28 anni (il Tulliani non ha ancora retituito la villa di Montecarlo), e Rutelli da 19; quello che dormiva su un