da cui si evince che gli italiani usano le banconote nell’85.9% dei pagamenti effettuati: bancomat e carte di credito sono utilizzate solo per i pagamenti più onerosi.
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«La gran parte dei pagamenti avviene per acquisti quotidiani, ovvero presso il panettiere, il supermercato, la farmacia (40,2% di tutti gli scambi) oppure al bar e nei ristoranti (21,6%).»
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«Al di sopra dei 100€, invece, arriva il turno degli assegni o dell’acquisto digitale, i quali coprono il 12,2% delle transazioni di queste dimensioni»
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«Nel caso di transazioni di grande entità le carte di credito salgono al 28,6%, mentre l’uso del contante si ferma “solo” al 68,4%.»
I problemi ci sono e sono anche reali, concreti, al momento difficilmente risolvibili.
Il primo problema consiste nell’avere un gradiente di tassazione, per cui le imprese cercano, quando libere di farlo, di trasferirsi in toto od in parte ove pagano in tasse la minor cifra possibile.
Il secondo problema consiste nel come si possa evitare un permanente conflitto da zone differenti.
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Ogni stato, o coalizione di stati, ha sicuramente la libertà di stabilire le sue proprie tariffe fiscali. Ovviamente, ad ogni azione corrisponde una reazione eguale e contraria. La pressione fiscale troppo elevata può mandar fuori mercato un intero comparto produttivo. Una bassa pressione fiscale può richiamare industrie ed investimenti. La pressione fiscale modula inoltre la capacità dei consumi.
Spesso però si compiono errori di giudizio, talora in buona fede ma anche molto spesso in pessima fede. Se è importante il livello fiscale, è spesso ancor più importante il contesto organizzativo generale: complessità burocratica, infrastrutture e servizi disponibili, sistema giudiziario efficiente, etc.. Da una corretta contabilità dei costi potrebbe emergere quanto sia più conveniente lavorare, e quindi pagare le tasse, in un paese al alto livello impositivo. Problema ancor più complesso per una multinazionale, che può far defluire ricavi e guadagni ripartendoli tra i diversi stati in cui opera minimizzando così legalmente le tasse versate.
Ciò che lascia invero perplessi è come un simile problema sia porto al pubblico quasi che il pagare le tasse fosse un canone etico o morale. L’Unione Europea in questo è alquanto amante del melodramma. Stigmatizza le basse tasse negli Stati Uniti, ma quando Irlanda oppure il Lussemburgo di Mr Juncker si comportavano da paradisi fiscali, beh, allora tutto andava bene.
«European Commission president Jean-Claude Juncker helped block measures to curtail tax avoidance during his time as prime minister of Luxembourg, according to leaked documents.
German diplomatic cables leaked to German radio group NDR reportedly describe how Luxembourg railed against efforts to crack down on tax avoidance schemes under Juncker’s stewardship.
Shared with the Guardian newspaper and the International Consortium of Investigative Journalists, a Washington-based club, earlier this week, the cables show the inner workings of the so-called code of conduct group on business taxation.»
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Il secondo problema sembrerebbe invece al momento irrisolvibile.
Secondo l’International Monetary Fund il Pil ppa mondiale ammontava a 126,688 miliardi Usd: la Cina concorreva con 23,122 mld, l’Unione Europea con 20,853 mld e gli Stati Uniti con 19,362 mld, e l’India con 9,447 miliardi Usd. Nessuna di queste quattro grandi realtà economiche è in grado di controllare il mercato globale né economicamente, né militarmente, né giuridicamente.
La risultante è la banale constatazione di come un accordo generale sia semplicemente impossibile, utopico.
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In conclusione si vorrebbe introdurre uno spunto di riflessione.
I media riportano la attuale guerra sui livelli di tassazione come se i soli contendenti fossero gli Stati Uniti da una parte e l’Unione Europea dall’altra.
Se è vero che Stati Uniti ed Unione Europea assommano al 31.74% del pil ppa mondiale, la voce del restante 68.26% non è sicuramente flebile.
Si corre il serio rischio che mentre codesti contendenti si litigano, le imprese si trasferiscano in altre parti del globo.
Nota.
La gente è davvero strana.
Da una parte vorrebbe comprare il nuovo cellulare a prezzi stracciati, continuare a pubblicare gratuitamente su Facebook, chattare su Messanger senza spendere un centesimo e, nel contempo, che quelle povere ditte fossero schiacciate dalle tasse.
Europe is moving aggressively to raise billions more in tax from big tech companies such as Google and Facebook.
The European Commission proposed sweeping new rules on Wednesday that would drastically change how and where top digital companies are taxed.
The most dramatic is an interim measure that would slap a 3% tax on revenue generated from digital activities including online advertising and the sale of user data. The tax would apply to companies with global revenue of more than €750 million ($920 million).
That tax could add €5 billion ($6.1 billion) a year to the coffers of member countries, the European Commission estimates.
The second measure, which the Commission describes as its “preferred long-term solution,” would tax digital profits where they are generated. The tax would be applied even if companies do not have a physical presence in the country.
“The amount of profits currently going untaxed is unacceptable,” European Commission Vice President Valdis Dombrovskis said in a statement. “We need to urgently bring our tax rules into the 21st century.”
Most companies in Europe pay 24% corporate tax on average, compared to under 10% for digital firms, according to European officials.
The measures are designed to stop big tech companies from lowering their tax payments by shifting profits to countries that charge lower rates, such as Ireland or Luxembourg.
The tax proposals must be approved by EU member countries and its parliament, and they could face significant opposition from some governments. Pierre Moscovici, the Commission’s top economy official, said he hoped the rules would be approved before the end of 2018.
The European Commission said in 2016 that Ireland must recover up to €13 billion ($16 billion) in unpaid taxes from Apple, its largest ever tax ruling against a single company.
Big tech, and especially Silicon Valley firms such as Apple (AAPL) and Amazon (AMZN), is under increasing pressure in Europe, where regulators have taken a much stricter line on privacy and data sharing than in the United States.
Legislation that will come into force in May imposes tough new restrictions on what kind of data can be collected from users, and tech companies will face heavy fines if they violate the rules.
American tech firms are pushing back.
The Information Technology Industry Council, which represents Facebook (FB), Google (GOOGL) and Ebay (EBAY), wrote to US Treasury Secretary Steven Mnuchin in February and urged him to oppose the EU tax proposals.
The industry group cited “rising rhetoric targeting US companies and clear statements of intent to raise revenue from US-based firms.” It said the EU measures “would set a troubling precedent that could deeply harm the US and global business climate.”
The American Chamber of Commerce to the EU warned in a statement on Wednesday that a tax on revenue could reduce the amount of money available for investment. That would hurt jobs and growth in the EU, the group added.
Moscovici told reporters that the European Union was not targeting US companies.
“Our proposal does not target any company or any country,” he said. “This is not an anti-American tax … this is a digital tax.”
Dimenticate Vanuatu, Antigua e Bermuda: sì, sono i paradisi fiscali più chiusi, “riservati” per i loro clienti e coi prelievi fiscali minimi (o zero). Però, se alle loro legislazioni di opacità fiscale concepite per attrarre capitali sporchi unite anche la loro importanza nella finanza mondiale – come ha fatto un centro studi chiamato Tax Justice Network (TJN) questi minuscoli paradisi tropicali scendono molto nella classifica. E al primo posto sale la Svizzera. Al secondo, gli Stati Uniti, per cui passa il 22,3% dei flussi internazionali di capitale.
(Si noti: l’Olanda, satellite della sfera economica tedesca è 14ma in questa classifica dei paradisi fiscali. L’Italia, al 43mo posto)
E al sesto posto troviamo il Lussemburgo (chi l’avrebbe mai detto?), che ci ha dato generosamente il capo morale e legale commissione eurocratica, seguito immediatamente dalla Germania: sì, Germania. Secondo la valutazione del TJN, la Germania è più paradiso fiscale del Dubai. Decimo paradiso fiscale, l’isola di Guernsey, che è pur sempre Europa.
Strano che questi paesi non compaiano nella “Lista Nera” che l’Unione Europea, misura di ogni eticità, ha approntato e che aggiorna spesso (per lo più riducendo il numero dei dannati: nella lista UE sono rimasti solo 9 paesi; Panama ha ringraziato). “Contrariamente ad altre, la nostra lista non è basata su decisioni politiche”, spiega TJN
E’ discutibile aver messo la Svizzera al primo posto, chiunque sa che se un italiano o un francese apre un conto là, lo stato francese o italiano ne riceve comunicazione obbligatoria. TJN riconosce che la Svizzera è aperta coi paesi dell’OCSE; ma, dice, rifiuta di fornire i dati ai paesi del Terzo Mondo. Usa due pesi e due misure. Però si riconosce che la Confederazione si sta regolarizzando.
Anche come evasori, niente male.
Molto più interessante il secondo posto assegnato agli Stati Uniti: la fonte stessa della Moralità Occidentale, l’unica superpotenza necessaria, che giudica e punisce tutti coloro che trasgrediscono al suo diritto commerciale e fiscale, colpendo stati e individui e aziende con sanzioni e sequestri dei beni. Qui,addirittura, il TJN afferma che Washington ha aggravato la sua natura di paradiso fiscale negli ultimi anni. L’America si è rifiutata di unirsi allo scambio automatico dei dati bancari vigente dell’OCSE . Con l’alta motivazione che si è dotata della propria legge, FATCA (Foreign Account Tax Compliance Act), la quale è più nobile e morale di tutte le altre. Il punto, spiega il centro studi, è che il FATCA obbliga sotto minacce (eseguite) di sanzioni, i paesi esteri a inviare a Washington tutti i dati sui cittadini americani che hanno attività e conti all’estero; però non fornisce le stesse informazioni su cittadini stranieri che hanno conti in USA.
Un tipico diritto talmudico, diremmo: fai agli altri quel che non vuoi gli altri facciano a te. Un vertice della civiltà giuridica.
Ci sono stati americani, Delaware, Wyoming,Nevada, che lasciano registrare ditte presta-nome e “trust” completamente anonimi, per attrarre capitali esteri sporchi. Non solo: “hanno montato un marketing molto aggressivo all’estero, sottolineando che il FATCA non implica reciprocità”. Decisamente, jus talmudicum.
Grazie a questo “marketing” (il centro studi lo chiama “il Far West”), gli Stati Uniti hanno visto aumentare i flussi di capitali mondiali transitanti nel loro Far West fiscale dal 19,6 per cento nel 2016, al 22,3 % oggi.
Passiamo alla Germania: perché solo al settimo posto fra i primi dieci paradisi fiscali del mondo? Non è solo che a Bruxelles opera sottobanco per evitare l’instaurazione di un registro dei beneficiari dei veicoli finanziari, e che ancora non ha firmato gli accordi di scambio-dati coi paesi emergenti. E’ che se la consideriamo un tutt’uno con il Lussemburgo con cui forma effettivamente un compatto sistema “europeo”, dovrebbe salire molto più in alto nella lista: congiuntamente, il flusso di capitali mondiali che attraggono supera il 17% mondiale, quasi al livello USA; molto distante dal povero 4,5 % svizzero: molti capitali della UE ovviamente che vengono ospitati molto volentieri lì, sfuggendo ai regimi fiscali degli altri paesi della (cosiddetta) Unione Europea, meno generosi. Ecco perché Bruxelles fa finta di non vedere il semi-furto delle risorse fiscali degli Stati UE senza voce in capitolo verso gli stati fiscalmente generosi coi ricchi;e come mai gli europei si vedono imporre austerità senza fine dal padrino del “dumping fiscale” lussemburghese, questo Juncker messo lì dalla Merkel.
“Germania Paradiso Fiscale”
Sebbene la Germania non pratichi il segreto bancario al modo della Svizzera, molte scappatoie nelle leggi fiscali, la loro applicazione di manica larga per i non residenti, un informale ma fortissima riservatezza sulle informazioni fiscali, hanno reso la Germania molto attraente per i capitali illeciti.
La sua stessa anormale crescita economica attrae sostanziose quantità di capitali da riciclare: lo stesso ministero Finanze tedesco l’ha calcolati in 100 miliardi nel 2014. Nel 2010 la Germania “ospitava” depositi di non-residenti per 1,8 trilioni di dollari; nel solo mese di agosto 2013, l’autore del saggio “Tax Haven Germany” Markus Meinzer ha valutato l’ammontare delle attività fruttifere esenti da imposta dei non-residenti, tra i 2,5 e i 3 trilioni di euro. Piove sul bagnato, potremmo dire.
Il post che segue non è mio, troverete il link a fine post: ma ho voluto postare quanto segue perché, quando ho letto della faccenda di Panama , non potuto non ricordarmi della questione Cleastream e di come la gente faccia in fretta non solo a dimenticare ma a voler capire. Mi fa specie che in tv non se ne parli, non si facciano collegamenti e non si gradisca riprendere l'argomento. Leggete quindi il post, se vi va: a breve ne posterò un altro ,sempre in tema ovviamente: penso sia ora di uscire da determinati schemi mentali.
Clearstream, Euroclear e Swift. Dove sparisce il denaro fantasma. – Nis
Per capire come fanno tutti gli istituti di credito ad accumulare ingenti risorse dal nulla fissiamo qualche concetto.
Parliamo di “stanze di compensazione“. Sono istituzioni economiche che raccolgono i crediti ed i debiti delle banche a loro associate, così come altre operazioni su titoli.
In pratica le banche si associano alla stanza di compensazione ed inviano le informazioni a questo ente indicando i movimenti che ha (ad esempio assegni da pagare ad altre banche) fatto questo, la stanza di compensazione definisce direttamente i crediti ed i debiti per ogni banca, rendendo il sistema più veloce.
Parliamo di “Clearstream ed Euroclear“. Clearstream è definità come società internazionale di clearing (compensazione tra banche), Euroclear è definita invece come sistema di trasferimento titoli internazionale di cui si servono banche e commercianti professionisti di titoli per la custodia collettiva e per il trasferimento contabile di titoli. Secondo wikipedia Inglese, Euroclear è stata fondata nel 1968 come parte della J.P. Morgan & Co. ed è la più grande centrale delle garanzie sui depositi nel mondo. Sempre secondo Wikipedia Inglese Euroclear assieme a Clearstream si occupano di far girare il 70% delle transazioni Europee. Clearstream è stata al centro di numerosissime critiche e scandali, cause legali quasi sempre rivelatesi infondate, o meglio senza prove sufficienti, poichè è chiaro che Clearstream possiede conti non pubblicati e quindi segreti. Secondo Argo Fedrigo Clearstream ed Euroclear sono due mostri. Clearstream è una società che non paga tasse e non può neanche essere controllata, del Lussemburgo. E’ il notaio di tutte le bancheinsieme con Euroclear. Ha trattato circa 153 milioni di transazioni nell’anno 2003 ha gestito nello stesso anno circa 16000 conti provenienti da 105 paesi tra cui 41 paradisi fiscali, bancari e giudiziari, l’impresa conta 2300 dipendenti e 2500 clenti essenzialmente le banche ma anche multinazionali e società off-shore, si occupa secondo le sue cifre di qualcosa come 50 mila miliardi di Euro all’anno in elezione fiscale non controllabile.Attraverso queste due societa, tu acquisti un qualunque titolo, senza trasferirlo, perchè le società fanno da garante, lo porti in qualsiasi parte, rimanendo sempre lì, nessuno sa niente, cambiano le proprietà e nessuno sa niente perchè non c’è il controllo.Addirittura secondo Fedrigo i soldi della banca d’Italia che vanno a finire alle Cayman, tra i quali soldi del signoraggio, vengono automaticamente riciclati da clearstream nella maniera più semplice e papale.