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domenica 6 maggio 2018

Cina. Shenzhen. Guangdong ed hi-tech. Quando la "gente" fa sul serio.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-05.

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«la Zte .... è quotata a Hong Kong e Shenzhen, fattura l’equivalente di 14 miliardi di euro, con 85mila dipendenti, sedi in giro per il mondo .... Siamo un’azienda in cui più del 50% dei ricavi viene dall’estero»

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«già nel 2012 un report della commissione Intelligence del Congresso Usa chiedeva alle aziende di telecomunicazioni americane di non utilizzare le apparecchiature fornite dalla società e da Huawei, considerate non libere da influenze statali e quindi minaccia per la sicurezza nazionale»

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«Huawei, diventato un colosso da 92,5 miliardi di dollari di ricavi nel 2017 (+15,7% sul 2016) con utile netto a 7,3 miliardi di dollari (+28,1%)»

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«quel che da villaggio di appena 30mila abitanti al confine con Hong Kong è diventata in 30 anni un’area con circa 12 milioni di abitanti e che, con un Pil di oltre 287 miliardi di euro, può vantare un output superiore a quello di Portogallo o Irlanda oppure Vietnam. »

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«Huawei ha un’uscita autostradale ad hoc che conduce all’enorme sede-campus»

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«il piano “Made in China 2025”, con cui Pechino mira a raggiungere in 7 anni il 70% dell’autosufficienza in settori strategici fra cui robotica, aerospazio, tlc, intelligenza artificiale»

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«il Dipartimento del Commercio Usa ha deciso di vietare per 7 anni alle aziende Usa di fare affari con la società cinese»

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I numeri sono eloquenti.

A fine 2017 il pil ppa degli Stati Uniti rappresentava il 16.12% del pil ppa mondiale.

Se sicuramente al momento attuale il sistema economico americano rappresenta una parte non indifferente di quello mondiale, altrettanto sicuramente un embargo americano non può nuocere oltre il 16.12% di quanto fatturato all'estero dalle società cinesi.

Le tecnologie della Huawei e della Zte sono allo stato dell'arte al punto tale che sono comprate da società occidentali.

L'epoca della produzione di "cineserie" è terminata da un bel pezzo.

Non è la Cina che deve adeguarsi all'Occidente: è l'Occidente che dovrà adeguarsi alla Cina.


 → Sole 24 Ore. 2018-05-01. Shenzhen, la città dei brevetti che spaventa gli Stati Uniti

All’inizio degli anni Novanta la Zte costruiva giocattoli per finanziare i suoi primi telefoni. Oggi è quotata a Hong Kong e Shenzhen, fattura l’equivalente di 14 miliardi di euro, con 85mila dipendenti, sedi in giro per il mondo e una posizione nel mercato delle realizzazioni delle reti mobili solo un gradino sotto al podio, dopo Huawei, Ericsson e Nokia. «Siamo un’azienda in cui più del 50% dei ricavi viene dall’estero. Un’azienda partita dalla Cina, ma internazionale», dice Fan Xiaobing, responsabile marketing globale e soluzioni commerciali per Global Sales & Services di Zte.

Onori e oneri però. Perché già nel 2012 un report della commissione Intelligence del Congresso Usa chiedeva alle aziende di telecomunicazioni americane di non utilizzare le apparecchiature fornite dalla società e da Huawei, considerate non libere da influenze statali e quindi minaccia per la sicurezza nazionale. Insomma, cavalli di Troia del governo cinese per raccogliere illegalmente dati o anche intervenire con manomissione delle reti di telecomunicazione in caso di conflitto. Zte – e ancora di più Huawei, diventato un colosso da 92,5 miliardi di dollari di ricavi nel 2017 (+15,7% sul 2016) con utile netto a 7,3 miliardi di dollari (+28,1%) – fanno ancora più paura oggi, alla luce soprattutto di un numero: 10 per cento. Uno su dieci fra i brevetti essenziali per la costruzione delle reti 5G è in mano cinese, con Huawei e Zte che la fanno da padrone. Il quadro si completa se a questo si unisce il piano “Made in China 2025”, con cui Pechino mira a raggiungere in 7 anni il 70% dell’autosufficienza in settori strategici fra cui robotica, aerospazio, tlc, intelligenza artificiale.

La Cina hi-tech che sfida Trump

Tutti addendi la cui somma sta nel corpo a corpo commerciale fra Stati Uniti e Cina in cui Zte è stata trascinata appieno, visto che il Dipartimento del Commercio Usa ha deciso di vietare per 7 anni alle aziende Usa di fare affari con la società cinese, accusata di aver disatteso un accordo per chiudere una vicenda legata alla violazione dell’embargo in Iran e Corea del Nord. Era stata patteggiata una multa da 1,19 miliardi di dollari, ma per gli Usa gli executive ai tempi della violazione sarebbero stati premiati anziché licenziati. Le azioni Zte non sono in contrattazione dallo scorso 16 aprile e la nota dell’azienda, il cui capitale è detenuto al 51% da società pubbliche, è stata durissima: «Il divieto non avrà solo un impatto grave sulla sopravvivenza e lo sviluppo di Zte, ma causerà danni a tutti i suoi partner, tra cui un gran numero di aziende statunitensi». In effetti, se la questione è delicatissima per Zte, anche per i fornitori – da Qualcomm a Oclaro, ad Acacia Communications – potrebbe aprirsi un problema non da poco. Sullo sfondo domina la speranza che la questione si possa ricomporre per vie diplomatiche prima degli inevitabili, e minacciati, strascichi legali. Ricordare, come fa il suo vicepresidente ai giornalisti italiani in visita nell’headquarter, che Zte è un’azienda internazionale fa parte di una strategia di apertura che fa indubbiamente il paio anche con l’input “politico” arrivato dal governo centrale e riguardante quello che da villaggio di appena 30mila abitanti al confine con Hong Kong è diventata in 30 anni un’area con circa 12 milioni di abitanti e che, con un Pil di oltre 287 miliardi di euro, può vantare un output superiore a quello di Portogallo o Irlanda oppure Vietnam.

Bussola su ricerca e sviluppo

Tutto in questa zona del Guangdong che da prima prova del capitalismo cinese si è poi trasformata in una sorta di Silicon Valley tuttora in trasformazione, il cuore della Cina hi-tech che ha catalizzato le preoccupazioni del presidente Usa Donald Trump, dove la manifattura spicciola sta lasciando spazio alla ricerca e sviluppo. E questo innanzitutto per le disposizioni in arrivo da Pechino. Capire i timori americani e la forza espressa dalla Cina sul versante tecnologico è arduo senza considerare quel che succede in questa che è una delle 4 zone economiche speciali del Paese. Dove però, spiega il ceo di Zte Italia Hu Kun, «ci si sta concentrando per volontà del governo su produzioni di qualità e ad alto valore aggiunto. Qui a Shenzhen rimangono i centri di R&D. Molti processi produttivi sono stati spostati altrove». In definitiva a Shenzhen la tecnologia è parte integrante della città e del contesto. Huawei ha un’uscita autostradale ad hoc che conduce all’enorme sede-campus. Dal lato opposto c’è la Foxconn, il maggiore fornitore cinese di Apple. Shenzhen ospita le principali società di produzione di smartphone in Cina, a esclusione di Xiaomi. E poi Tencent, Baidu o anche aziende italiane come Luxottica, nella vicina Dongguan, o Digital Bros.

Comunque una zona in cui l’hi-tech risalta come parte integrante della storia, del presente e del futuro di una città in cui tutto sembra nuovo, proteso al futuro e con poca o nulla memoria alle spalle. Certo, se il governo cinese punta all’alta qualità e alla ricerca e sviluppo, basta fare un giro per Huaqiangbei, uno dei mercati tecnologici della città, per capire che ci si trova anche all’interno del tempio della produttività a basso costo, protagonista della merce più varia – dagli smartphone (tanti i falsi), ai droni, alle memorie Ram – venduta in banchi che si susseguono e si affastellano in edifici a mo’ di mercati coperti, al chiuso, per certi versi claustrofobici.

La Silicon Valley cinese

«Questo è un territorio che si è molto sviluppato e che continuerà a crescere. Anche perché – spiega Laura Egoli, console generale italiano a Canton – possiamo dire che rientri in un’area in cui gravitano circa 70 milioni di persone» in cui la Cina punta a far leva sul vantaggio competitivo del Guangdong nel settore manifatturiero, di Hong Kong (a nemmeno un’ora d’auto) nei servizi e di Shenzhen nell’innovazione tecnologica. Un’area in cui un ulteriore impulso sarà dato dall’apertura del ponte di una cinquantina di chilometri realizzato per collegare Hong Kong, Macao e la cinese Zhuhai. In tutto questo la console non ha dubbi su chi potrebbe spuntarla in caso di guerra commerciale: «La Cina ne uscirebbe molto meno con le ossa rotte rispetto agli Usa». Nel quartier generale di Zte la tematica sicurezza, alla base delle preoccupazioni – reali o strumentali – degli Usa e non solo è liquidata con poche parole. «Zte – dice Fan Xiaobing – segue strettamente ed è compliant con le leggi locali perché vogliamo essere riconosciuti come partner affidabile in ogni Paese in cui stiamo lavorando». L’Italia è in questo un «mercato strategico», con un centro ricerca sul 5G a L’Aquila, una commessa importante ricevuta da Wind Tre per la realizzazione della parte radio della nuova rete della compagnia e altre possibili commesse alle quali, sentendo il ceo di Zte Italia, Hu Kun, la compagnia sta puntando.

Il 5G e il futuro di Zte

La visita al quartier generale di Shenzhen è una carrellata sulle possibilità della tecnologia e delle reti 5G: quelle che Zte considera il grimaldello per scardinare il primato nella costruzione di reti, ora nelle mani di Huawei. Il business è fatto per il 53% sul segmento “carrier network”, per il 9% sull’enterprise e per il 32,4% sul consumer. E così, componenti di stazioni radio base si alternano a smartphone (tra cui un modello con doppio schermo) fino allo smartphone per il 5G. Di questo si riparlerà quantomeno nella seconda metà del 2018 mentre dalle soluzioni per il video, alle serrature “intelligenti” è tutta una dimostrazione di forza in tema Internet of things. Tecnologia, ma anche formazione visto che Zte ha realizzato una “university” in cui tiene corsi di aggiornamento per staff, clienti e partner. La memoria è affidata invece a un museo interno, in cui sono ripercorsi gli inizi, con documenti e immagini delle due quotazioni, modelli di cellulari e telefoni fissi fino a una vecchia berlina Mercedes. «È l’auto – viene spiegato – con cui si andavano a prendere i primi clienti». Accanto in una vetrina c’è una coperta. Sarebbe stata portata da uno dei fondatori da casa, la notte a un collega che diceva di avere avuto freddo. Un po’ di paternalismo, forse anche inevitabile.

domenica 7 gennaio 2018

Alcuni fanno :"completato il ponte tra Hong Kong e Macao". Altri dicono: "Ponte sullo Stretto di Messina"

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-07.

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«The main structure of world’s longest cross-sea bridge linking Hong Kong, Zhuhai, and Macao was finished on Friday»

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«It has taken seven years to build the bridge, which will be open to traffic at the end of the year»

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«The main structure measures 29.6 kilometers, consisting of a 22.9-km bridge section and 6.7-km underground tunnel. The bridge’s total length is 55 kilometers»

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«The Y-shaped bridge will cut travel time between Hong Kong and Zhuhai from three hours to just 30 minutes»

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Sette ani di duro lavoro.

Ci sovviene come la Ferrovia del Brennero fosse stata costruita tra il 1860 ed il 1867, sette anni e tutti a picco e pala, unendo Innsbruck a Verona, 275.9 km. Fu progettata dall’ing Luigi Negretti, quello che aveva progettato anche il Canale di Suez. La Galleria Fleres è lunga 7,343 m. Un nome italiano che ben pochi ricordano.

Ma ci sovviene anche che dal 27 aprile 2008, dieci anni or sono, si iniziarono i lavori per la nuova ferrovia del Brennero: tutto meccanizzato, robotizzato, e con largo uso di intelligenza artificiale.  Mica tutta la tratta, sia ben chiaro: soltanto la galleria. Se ne prevede il termine nel 2020, ma nessuno ci giurerebbe.

Costo totale, un po’ più del ponte Hong Kong-Zhuhai-Macao. Salvo levitazioni in corso di opera. Fate Voi.



→ Xinua Net. 2018-01-05. Major work of world’s longest sea bridge completed

The main structure of world’s longest cross-sea bridge linking Hong Kong, Zhuhai, and Macao was finished on Friday, bridge builders said.

It has taken seven years to build the bridge, which will be open to traffic at the end of the year, said Zhu Yongling, director of the management bureau of the bridge.

The main structure measures 29.6 kilometers, consisting of a 22.9-km bridge section and 6.7-km underground tunnel. The bridge’s total length is 55 kilometers.

“The bridge has passed all engineering risks, and we will prepare it for public use in a few months,” said Zhu.

Lin Ming, chief engineer of China Communications Construction Company Ltd., said they tackled great engineering challenges in building the bridge.

The Y-shaped bridge will cut travel time between Hong Kong and Zhuhai from three hours to just 30 minutes, further integrating cities in the Pearl River Delta, said Wei Dongqing, the management bureau’s deputy Communist Party secretary.

It will create new space for the development of the Guangdong-Hong Kong-Macao Greater Bay Area, he said.

Si potrebbe parlare del ponte sullo Stretto , oppure del raddoppio dei binari, o di completare alcuni tratti stradali e, perché no, di non realizzare grandi opere che non servono. Parlo dell'Italia, ovviamente.

martedì 9 ottobre 2012

Perchè dovrebbe interessarti?

Anni addietro, quindici anni fa e anche più, quando operavo in un negozio, spesso mi infastidiva il fatto che alcuni professionisti, commercialisti o ragionieri, avvocati o notai, agenti immobiliari ,scuole e comuni, acquistassero mobili e arredi dai vari mondo office o su altre riviste: dicevo tra me , che io e altri negozi di mobili, eravamo lì, su piazza, e potevamo essere o divenire, anche loro clienti. Perchè mai,allora, costoro compravano per corrispondenza? Senza aver visto prima la merce?Accadeva talvolta che per ricambi vari,invece si rivolgessero in negozio, inventando storie sulla provenienza della merce che, logicamente, era sempre frutto di un regalo o un acquisto remoto. Oggi invece siamo in presenza di storie simili ma con sfumature diverse e più sinistre. Infatti