Il generale Tricarico spiega gli accordi segreti sulle basi USA in Italia, i casi storici di violazione e perché serve un «tagliando» urgente. L’analisi di Byoblu.
Le tensioni tra Roma e Washington sull’utilizzo delle basi militari italiane — emerse con forza a marzo 2026 con il caso Sigonella, quando il governo italiano negò l’atterraggio a bombardieri americani diretti in Medio Oriente — hanno riportato all’attenzione un tema che i grandi giornali raramente approfondiscono: chi decide cosa possono fare i militari statunitensi sul territorio italiano, in base a quali accordi, e con quale grado di trasparenza? Le risposte, come emerge dalle dichiarazioni del generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica dal 2004 al 2006, sono più complesse — e più preoccupanti — di quanto la narrativa ufficiale lasci intendere.
Gli accordi: cosa c’è scritto (e cosa resta segreto)
Il quadro normativo che regola la presenza militare americana in Italia poggia su più livelli. Il riferimento fondamentale è il NATO SOFA (Status of Forces Agreement), firmato nel 1951 e ratificata dall’Italia nel 1955: è un accordo quadro dell’Alleanza che stabilisce le regole giuridiche di base per il personale militare di un Paese NATO sul territorio di un alleato. Da esso derivano regolamenti specifici, aggiornati base per base.
Ma il SOFA non basta a capire cosa può fare l’esercito americano in autonomia in Italia. Per questo esistono due accordi bilaterali firmati nel 1954: l’Air Technical Agreement e il Bilateral Infrastructure Agreement, quest’ultimo aggiornato nel 1995. Qui sta il nodo cruciale: entrambi gli accordi sono coperti da segreto di Stato. Il contenuto preciso non è accessibile al pubblico, né ai parlamentari in via ordinaria. Una legge del 1984 prevederebbe la pubblicazione di tutti gli accordi internazionali, ma questi documenti ne sono esplicitamente esclusi in virtù del segreto.
Si sa, per via indiretta e grazie a dichiarazioni di esperti e militari, che gli accordi fissano i limiti delle attività operative, logistiche e di addestramento delle forze USA, e stabiliscono un numero massimo di soldati nelle basi — attualmente stimato intorno a 13.000 unità sul territorio nazionale.
Il principio cardine: dentro e fuori la NATO
Il generale Tricarico ha spiegato con chiarezza il principio che dovrebbe governare ogni attività americana nelle basi italiane: «Tutto ciò che ha una copertura NATO non ha bisogno di autorizzazioni particolari. Ma quello che sta fuori da questo perimetro invece sì». In altri termini, le operazioni inserite nel quadro dell’Alleanza Atlantica possono procedere senza il via libera del governo italiano; qualsiasi altra attività richiede invece un’autorizzazione esplicita, che sale lungo la catena gerarchica fino all’esecutivo e, nei casi più delicati, fino al Parlamento.
L’applicazione concreta di questo principio, tuttavia, è tutt’altro che automatica. Le basi italiane e quelle NATO spesso coesistono fisicamente negli stessi siti — è il caso di Aviano in provincia di Pordenone e di Sigonella in Sicilia — con catene di comando separate ma strutture condivise. Questa sovrapposizione rende difficile, nella pratica quotidiana, distinguere con certezza le attività americane da quelle NATO.
La «disinvoltura» americana: i casi storici
Nessun accordo vale quanto la sua applicazione reale. E qui il generale Tricarico è esplicito: gli Stati Uniti hanno una «sorta di spregiudicatezza, di disinvoltura» nel modo di operare, che rende necessaria «un’indagine precisa e puntuale ogni volta che si verifica qualcosa di strano».
I casi storici documentati sono emblematici:
1985, Sigonella: la Delta Force americana atterrò nella base siciliana di notte, senza preavviso, per prelevare i dirottatori dell’Achille Lauro. Il presidente del Consiglio Craxi fu costretto a intervenire a posteriori* per affermare la sovranità italiana, con una crisi diplomatica aperta con Washington.
* 1998, funivia del Cermis: quattro marines decollati dalla base di Aviano comunicarono all’Aeronautica italiana un piano di volo NATO che non corrispondeva a quello effettivamente seguito. Il velivolo tranciò i cavi della funivia, causando la morte di 20 persone. Secondo Tricarico, quell’aereo «andò in volo contravvenendo a sei norme contemporaneamente, una delle quali riguardava la sovranità italiana su Aviano».
* 2003, Abu Omar: un cittadino egiziano residente in Italia, Hassan Mustafa Osama Nasr, fu rapito dalla CIA a Milano e trasportato ad Aviano prima di essere rimandato in Egitto, dove subì torture. Tricarico parla di un’autorizzazione «estorta» dagli americani al governo italiano dell’epoca, «forse con elementi dei servizi segreti italiani oltre che di quelli USA». La vicenda portò a condanne definitive in Italia per agenti CIA.
* 2003, Iraq: il governo Berlusconi autorizzò la partenza di una brigata aviotrasportata americana da Aviano per partecipare alla guerra in Iraq, con un ponte aereo di velivoli da trasporto C-17. In quel caso si procedette formalmente, ma con condizioni che tentavano di aggirare i vincoli costituzionali dell’articolo 11.
Il caso Sigonella 2026 e le dichiarazioni di Rutte
Il dibattito è tornato d’attualità nel corso del 2026. A fine marzo, il governo italiano — nelle persone del ministro della Difesa Guido Crosetto e del capo di Stato maggiore Luciano Portolano — ha negato l’atterraggio a Sigonella a bombardieri americani diretti in Medio Oriente nel contesto dell’offensiva USA-Israele contro l’Iran. Il piano di volo, stando alle ricostruzioni, era stato comunicato a operazione già in corso, senza la richiesta preventiva di autorizzazione prevista dagli accordi.
Il caso ha assunto una dimensione politica ulteriore quando il segretario generale della NATO Mark Rutte, in un’intervista a Fox News, ha citato «500 aerei partiti dalle basi italiane» per la guerra in Medio Oriente. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, la premier Meloni ha interpretato la dichiarazione come un «tranello», potenzialmente orchestrato per mettere pressione all’Italia. Il ministero della Difesa ha rettificato: i voli autorizzati dall’Italia sarebbero stati circa 200, tutti classificati come «non cinetici», ovvero di natura tecnica e logistica, non offensiva. La Nato ha successivamente corretto la cifra.
Cosa vuole dire Tricarico con «tagliando»
Di fronte a questo scenario, il generale Tricarico propone una revisione strutturale degli accordi vigenti. «Sarebbe ora di fare un bel tagliando a tutto il sistema legato a questi accordi sulle basi», ha dichiarato. La proposta si articola su due livelli:
Il primo è operativo: verificare sistematicamente tutti i piani di volo, comprese le autorizzazioni generiche. Una pratica «antipatica» e «ossessiva» — ammette Tricarico — che «gli americani difficilmente potrebbero tollerare», ma che in questo momento storico sarebbe necessaria.
Il secondo è diplomatico e normativo: gli accordi quadro risalgono ai primi anni Cinquanta, quelli tecnico-operativi agli anni Novanta. Da allora il mondo è cambiato radicalmente. Il progressivo disimpegno americano dall’Europa, la guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente, e il progetto ancora in fase embrionale di una difesa comune europea rendono urgente un aggiornamento. Tricarico suggerisce anche un confronto tra i Paesi europei che ospitano basi americane — citando il caso giapponese di Okinawa come esempio di tensioni analoghe — per costruire una posizione comune prima che le decisioni vengano prese unilateralmente da Washington.
Il problema della trasparenza
Rimane irrisolto un nodo di fondo che nessuna dichiarazione ufficiale affronta direttamente: la segretezza degli accordi bilaterali del 1954. In un sistema democratico, il fatto che i trattati che regolano la presenza di 13.000 militari stranieri sul territorio nazionale — e le condizioni alle quali possono condurre operazioni militari anche in zone di guerra — siano sottratti al controllo parlamentare ordinario e all’accesso pubblico, rappresenta una criticità strutturale. Come ha osservato il generale Tricarico già a gennaio 2026 sulle colonne de Il Riformista, il comandante italiano di ciascuna base dovrebbe avere «piena visibilità sulle attività statunitensi e sul loro scopo»: ma «i dubbi che questo accada sono più che fondati».
La questione non riguarda solo i rapporti con Washington. Riguarda la capacità dell’Italia di esercitare concretamente la propria sovranità sul proprio territorio.
fonte https://www.byoblu.com/basi-usa-italia-accordi-segreti-tricarico/
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