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mercoledì 20 settembre 2017

Non so se bisogna preoccuparsi

O forse preoccuparsi oggi è troppo tardi. Ma per cosa? Quelli come me, i ragazzi del 77, credo che siano cresciuti, almeno finché sono rimasti in ambiente scolastico , con la convinzione di poter incidere sui cambiamenti che la società, secondo il loro modo di vedere, necessitava. Convinzione che è risultata nel tempo, errata. L'unico modo che si conoscesse per far sentire la propria voce, era e si pensa ancora sia il voto: le manifestazioni , i cortei, risultano agli occhi dei cittadini (da convincere) fastidiose ,allorché dannose e controproducenti. Il ricorrere alle armi, peggio che mai, dato che noi abbiamo sempre condannato gli atti di terrorismo e gli omicidi politici (e anche gli altri tipi di omicidio). Questa introduzione cerca di capire se c'è stato un blackout , mentale e culturale, che ha stoppato ogni possibile evoluzione nel modo di (credere) intervenire nella società. Per fare cosa? Le nostre necessità, al tempo, erano le solite tipiche di una scuola che ha bisogno del riscaldamento, della palestra, di una biblioteca (magari , oggi, multimediale), ma sopratutto di professori che , oltre a essere pagati il giusto , possano aggiornarsi e migliorarsi: nel contempo c'erano, e ci sono, i problemi legati alla mobilità e che , per estensione, riguardano tutti i cittadini. Concludo dicendo la solita frase che assolve e accusa tutti: chi abbiamo mandato in parlamento non ha fatto un tubo, dato che a scuola e nei giornali, non hanno spiegato come si fanno le leggi, né l'iter che hanno, e neppure come farle funzionare; non solo, perché non ci hanno detto che poi queste, anche se approvate possono poi essere bloccate e rese nulle. A ciò si aggiunge che tutti, sia chi ha proseguito gli studi universitari, sia chi ha trovato lavoro, ha dovuto pensare a portare a casa la pagnotta e ha convogliato la rabbia e il senso di colpa (per aver smesso di lottare) , prima nelle partite di calcetto o nella cura dei figli, poi oggi forse è davanti a una tastiera o con uno smartphone in mano, pronto ad aderire a gruppi di discussione, forum, social. Ma in concreto? Niente. Ecco che convincere un giovane con la metà o anche meno dei miei anni, che bisogna fare, lottare, esporsi, per attuare un cambiamento, non solo risulta difficile, ma , come è giusto che sia, uno si prende una bella tirata di orecchie. Perché non lo hai fatto tu quando lo potevi fare? Oggi tra rischio di abolizione dei contanti, superpoteri messi in atto dalle commissioni europee, diktat di quel paese o di qualche uomo alla Soros, immigrazione e femminicidi ossia problemi che esistono ma spostano l'attenzione dagli economicidi e dall'impoverimento (a tutti i livelli) della nostra società, ci ritroviamo a dover ricostruire un paese, ma senza averne culturalmente i mezzi. Sono assenti , oltre al senso di appartenenza a una nazione, anche e sopratutto a una cultura, un progetto, un'idea: se quelli come me hanno pensato a come sbarcare il lunario, perché i giovani d'oggi non dovrebbero fare la stessa cosa? Mancano in Italia, oltre a uomini e donne di spessore , un senso critico ma costruttivo. Viene da pensare a una battuta di Marcello Marchesi: 
E se i giovani di oggi fossero fessi? Può capitare, ogni tanto, una generazione di fessi. Poi, la prossima, intelligentissimi.
E , aggiungo io: la mia è stata di fessi, può essere. Ma se anche quella dopo, lo è? Come la mettiamo?
 

mercoledì 31 ottobre 2012

Per chi e perché

I giorni che stiamo vivendo, almeno gran parte di noi per quanto sento e vedo in giro, obbligano ,appena se ne ha il tempo, a una riflessione.Perché e per chi dovrei ,come già sto facendo, sacrificarmi?Perché mai dovrei spremere le meningi onde trovare o aiutare a trovare soluzioni per risolvere la crisi, dare posti di lavoro, rinunciare ai piaceri della vita o a vivere in maniera dignitosa? Se riflettiamo bene, un ragionamento siffatto, non è sbagliato:non è il solito del "chi me lo fa fare", ma vorrei si andasse oltre, cioè maggiormente a fondo così da motivare,anche a livello filosofico e politico, un'eventuale scelta. Scelta che ,per forza di cose, compiamo volutamente o meno, costretti dal fatto che viviamo in questa prigione chiamata penisola. I prigionieri sono coloro, come me, inetti, che non hanno continuato gli studi, subito all'opera, al lavoro, vuoi per necessità vuoi per manifesta incapacità intellettuale: sta di