Signor Direttore,
noto che accusa spesso i Tedeschi
d’essere tra i principali, o forse i soli, responsabili della grave
situazione economica in cui versa l’Italia e, devo dire, considero le
Sue argomentazioni inattaccabili. Ma quando torno in Italia e, mentre
sorvolo il suo territorio, non riesco a distinguere un centro urbano
definito, come invece accade quasi ovunque volando nei cieli di
Germania, ma solo un groviglio cementizio e d’asfalto inestricabile;
quando scendo a terra e percorro strade la cui superficie butterata
sembra più da Albania che da Paese sviluppato, lungo i cigli delle quali
sono permanenti lerciume e rifiuti d’ogni genere; quando, cercando
ancora di scorgere i paesaggi che ammaliarono Goethe, li vedo
oltraggiati da un’edilizia cafona, orrenda, da geometri (la patria di
Brunelleschi, Leon Battista Alberti, di Palladio!!) senza la più
elementare pianificazione urbanistica; quando vedo i corsi d’acqua e i
litorali che sono di fatto fogne maleodoranti che tracimano
d’immondizia, la logica mi porta a concludere che un popolo, il quale ha
ridotto così il suolo che abita, che ha infierito senza pietà sul suo
invidiabile patrimonio storico, artistico e naturalistico, che ha
espresso una classe politico-burocratica la cui azione ha creato una
voragine di oltre 2000 miliardi di euro di debiti, quasi tutti dissipati
non solo in interessi che hanno incamerato fondi e banche straniere ma
in sprechi infami e clientelismi mafiosi, per cui le infrastrutture e i
servizi resi sono da Africa, debba almeno condividere, assieme
all’ottusità germanica, la responsabilità per il dramma che sta
attraversando e da cui, temo, difficilmente uscirà: questo perché ho la
sensazione che, nel profondo delle coscienze, all’idea di Italia non ci
abbia mai creduto veramente quasi nessun Italiano e il cedimento
all’interesse spicciolo, narcisistico, particolare, che si manifesta in
ogni frangente, passato e presente, mi pare confermi la mia percezione.
Con stima