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venerdì 1 giugno 2018

Una risposta sola non basta? Eccone un'altra ancora : Più soldi europei all’Isola declassata? No, sarà solo restituito il maltolto

Conti alla mano, saranno solo una ‘restituzione’ i soldi che la Sardegna avrà in più sulla programmazione europea 2021-2026, in seguito al declassamento da regione “in transizione” a “meno sviluppata”. Alla conclusione si arriva confrontando le dotazioni finanziarie dei tre cicli di investimenti sinora aperti da Bruxelles e gestiti dal Governo nazionale, a partire dal 2000 quando prese avvio il primo settennio di fondi Ue e l’Isola venne inserita nel cosiddetto Obiettivo 1. È successo che negli anni i vari Governi di Roma hanno arbitrariamente tolto alla Sardegna risorse europee per darle alle regioni del Nord e del Centro, Lombardia ed Emilia Romagna soprattutto.
Per capire che l’annunciato aumento di risorse – contestualmente al declassamento – sarà solo in valore assoluto e non relativo, bisogna partire proprio dal 2000: allora la Sardegna si vide assegnare uno stanziamento di 4 miliardi e 686 milioni di euro, comprensivo dei fondi strutturali coi quali l’Isola avrebbe dovuto recuperare il ritardo nella crescita. Erano soldi intoccabili, destinati espressamente alla costruzione di opere pubbliche per colmare la distanza con i territori Ue più ricchi ed evitare di conseguenza un’Europa a due velocità, come invece continua a essere, quasi sempre per un mix tra la complessità degli stessi bandi europei e l’incapacità della politica locale di spendere tutte le risorse a disposizione.
Sul settennio 2007-2013, con l’uscita dall’Obiettivo 1 la Sardegna perse circa un miliardo di euro rispetto ai 4,686 del precedente ciclo, perché nel frattempo nell’Ue entrarono altri dieci Paesi, tutti più poveri e diventati i nuovi destinatari dei fondi strutturali. Precisamente: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Repubblica Ceca, Polonia, Slovenia, Slovacchia ed Ungheria. I quali avevano abbassato la cosiddetta “soglia del bisogno” per stare nella categoria delle “regioni meno sviluppate” e di conseguenza spinsero il Pil della Sardegna nella categoria superiore, quella di “regione in transizione”, perché il valore del prodotto interno lordo dell’Isola superò il 75 per cento della media europea.
Adesso col nuovo declassamento deciso da Bruxelles per via del Pil sceso al 71 per cento, quindi sotto il tetto del 75, alla Sardegna saranno assegnate più risorse rispetto alla attuale programmazione 2014-2020 che vale 2 miliardi e 800 milioni. E si tratterà ancora soldi intoccabili, perché così funziona l’Ue, per decisione di Bruxelles. Ma l’aumento, quantificato in un 30 per cento, non farà altro che riportare la dotazione finanziaria dell’Isola al livello del 2007-2014, a quota 3,6 miliardi, pareggiando in questo modo quell’identico 30 per cento di maltolto che Roma ha imposto alla Sardegna sull’attuale ciclo da concludersi entro il 2020.
Il 30 per cento di 2,8 miliardi corrisponde infatti a 840 milioni che sono esattamente quanto Roma, sul settennio 2014-2020, ha assegnato in più al Nord e al Centro Italia, soprattutto a Lombardia ed Emilia Romagna. Questo dato lo ha ricostruito la Fondazione Ifel, l’istituto per la finanzia e l’economia locale che in un durissimo report sulla gestione dei fondi Ue da parte dei vari Governi nazionali ha rilevato due ordini di problemi: da un lato il centralismo nel decidere come distribuire i finanziamenti europei, dall’altro l’assenza di equità nella loro attribuzione.
Sembra un gioco di scatole cinesi. Il fatto è che passati diciotto anni dalla prima programmazione europea partita nel 2000, la Sardegna si ritrova nella condizione di partenza, visto che oggi come allora ha il Pil sotto la soglia del 75 per cento.
Alessandra Carta
http://www.sardiniapost.it/politica/piu-soldi-europei-allisola-declassata-no-sara-solo-restituito-maltolto/

Così cominciamo a rispondere a qualcuno: Fondi Ue dati alla Sardegna. Ma Roma li sposta in Lombardia e nel Nord Italia

Il declassamento della Sardegna da regione ‘in transizione’ a ‘meno sviluppata’ ha fatto riaprire il dibattito sulla gestione dei fondi europei. La questione è complessa, ma per semplificarla bisogna andare dritti “alla forte  centralizzazione delle risorse Ue” registrata in Italia nell’ultimo decennio e unita a una “mancata equità nell’assegnazione dei finanziamenti”.
A portare in superficie i due ordini di problemi è la FondazioneIfel, l’istituto per la finanza e l’economia locale che fa capo l’Anci, l’associazione italiana dei Comuni. Si tratta di una lettura che, almeno in parte, può spiegare la diminuzione del Pil sardo dal 76 per cento della media Ue al 71, da cui appunto la retrocessione di un gradino nella classifica economica di Bruxelles perché la soglia di categoria del prodotto interno lordo è fissata al 75 per cento.
Quanto all’assegnazione dei fondi Ue “sempre più a regia nazionale”, dall’Ifel rilevano che “il 32,7 per cento della programmazione 2014-2020 è assegnata per via ministeriale, mentre nei due cicli precedenti (2014-2007 e 2000-2006) la quota ascrivibile al Pon (Programma operativo nazionale) si attestava intorno al 27 per cento”. In cifre, rispetto 43,4 miliardi che l’Italia ha a disposizione sino al 2020, Roma ha sottratto al controllo delle Regioni qualcosa come due miliardi di euro.
Di qui una prima sottolineatura: “Tale spostamento gestionale – si legge ancora nel report Ifel pubblicato su Il Sole24 Ore– appare quantomeno antitetico rispetto al principio di sussidiarietà, facendo emergere un apparente indebolimento del potere decisionale delle Regioni, non giustificabile neanche da un punto di vista di performance finanziaria, dal momento che i dati di spesa certificata al 31 dicembre 2015 indicavano sui Pon un avanzamento del 76 per centocontro l’83 dei Por (Programmi operativi regionali)”.
Sul fronte della ripartizione secca delle risorse e che secondo l’Ifel si traduce in perdita di equità, nel report si legge: “L’incremento della dotazione finanziaria per le Regioni, attraverso i Por, è arrivato nella programmazione 2014-2020 a poco più di 21 miliardi, pari a un +4% rispetto al 2007-2013 e a un +6% sul 2000-2006. Tuttavia risulta concentrato nelle Regioni del Nord e del Centro”. Le quali sono classificate come “più sviluppate”, ovvero occupano un gradino sopra quelle “in transizione” a cui apparteneva la Sardegna prima della retrocessione.
Nel dettaglio delle cifre, rispetto a quel 4 per cento di maggiori risorse assegnate sui Por rispetto al 2007-2013, Nord e Centro Italia possono contare nel corso di questa programmazione su circa “il 30 per cento in più rispetto al 2007-2013”. In particolare, “all’interno di tale gruppo spicca il dato della Lombardia – si legge nel report Ifel – con un aumento del 77 per cento, seguito da Emilia Romagna con una variazione del 50 per cento. Al contrario – è scritto ancora – i Por delle tre regioni ‘in transizione’, cioè Sardegna, Abruzzo e Molise, è diminuito di circa il 30 per cento rispetto alle risorse assegnate con la programmazione 2007-2017″.
E siccome la matematica non è un’opinione, il 30 per cento aggiunto al Nord corrisponde esattamente a quanto risultatolto a Sardegna, Abruzzo e Molise. Scrivono dall’Ifel: “Assodata dunque la perdita di gestione diretta di fondi Ue da parte delle amministrazioni regionali, si assomma una perplessità sulla percezione dell’importanza strategica di intervenire al Sud per colmare i ritardi di sviluppo del Paese. Prima della chiusura dell’accordo di partenariato (lo firma il Governo in carica con la Commissione europea), si era fatto esplicito riferimento a una ‘opzione strategica Sud’, di cui invece si è persa traccia a favore del più comunicativo ‘progettismo’ del masterplan per il Mezzogiorno. Eppure – si legge – i finanziamenti europei destinati ai Por del Sud e delle Isole rispetto al complesso dei programmi regionali pesano per il settennio 2014-202 il 69,5%, pari a sei punti percentuali in meno rispetto al 2007-2013”.
Così la sintesi finale che guarda al complesso dei tre cicli di programmazione, dal 2000 al 2020: “Questi vent’anni di  finanziamenti Ue hanno insegnato poco per quanto riguarda la loro modalità di spesa, ma almeno un principio dovremmo averlo appreso: le risorse del Fondo di coesione (attraverso l’apposito e omonimo fondo) sono addizionali e non sostitutive delle risorse nazionali ordinarie necessarie allo sviluppo. Quando ciò sarà evidente con nettezza, forse avrà anche più senso una diversa governance gestionale delle risorse”.
Alessandra Carta
http://www.sardiniapost.it/politica/lue-declassa-lisola-veri-nemici-roma-milano-perche